31 dicembre 2010
30 dicembre 2010
Per un pugno di euro
"Oggi c'è stata la discussione in aula delle proposte di legge sulla riduzione degli stipendi dei Consiglieri Regionali, licenziate dalla Commissione Bilancio. L'accordo unanime di Pd, Pdl e Lega ha permesso la bocciatura della nostra proposta che chiedeva una riduzione netta degli stipendi e dei privilegi (compreso il vitalizio dopo soli 5 anni) dei Consiglieri Regionali piemontesi per un risparmio annuo di circa 12 milioni di euro. La proposta di legge dell'Ufficio di Presidenza si è limitata alla riduzione di un mero 10% dell'indennità pari a circa 700 mila euro annui, come richiesto dal dlgs 78/2010: un'adesione "spontanea" perchè correlata ad una riduzione dei trasferimenti statali in caso di mancata riduzione. Proprio per questo, visto che è stata un'azione meramente cosmetica, abbiamo deciso di stamparci delle riproduzioni di banconote da dare ai Consiglieri a parziale copertura delle perdite che matureranno dal 2011. Non l'hanno gradito: neanche avessimo detto che quei soldi li rubano... Giudicate voi dal video. I più violenti: il consigliere del PD, Boeti, che ci ha apostrofato in malo modo e minacciato di violenze fisiche; il consigliere del PDL, Massimiliano Motta, che ha preso a calci Davide Bono e minacciato di violenze fisiche. La pioggia di monetine lanciate nel 1992 a Craxi, oggi è una pioggia di banconote di carta marchiate No Tav per ricordare come sulle speculazioni sulle Grandi Opere sono tutti d'accordo, purchè le tasche siano sempre piene...oltre i lauti stipendi."
Per un pugno di euro
"Oggi c'è stata la discussione in aula delle proposte di legge sulla riduzione degli stipendi dei Consiglieri Regionali, licenziate dalla Commissione Bilancio. L'accordo unanime di Pd, Pdl e Lega ha permesso la bocciatura della nostra proposta che chiedeva una riduzione netta degli stipendi e dei privilegi (compreso il vitalizio dopo soli 5 anni) dei Consiglieri Regionali piemontesi per un risparmio annuo di circa 12 milioni di euro. La proposta di legge dell'Ufficio di Presidenza si è limitata alla riduzione di un mero 10% dell'indennità pari a circa 700 mila euro annui, come richiesto dal dlgs 78/2010: un'adesione "spontanea" perchè correlata ad una riduzione dei trasferimenti statali in caso di mancata riduzione. Proprio per questo, visto che è stata un'azione meramente cosmetica, abbiamo deciso di stamparci delle riproduzioni di banconote da dare ai Consiglieri a parziale copertura delle perdite che matureranno dal 2011. Non l'hanno gradito: neanche avessimo detto che quei soldi li rubano... Giudicate voi dal video. I più violenti: il consigliere del PD, Boeti, che ci ha apostrofato in malo modo e minacciato di violenze fisiche; il consigliere del PDL, Massimiliano Motta, che ha preso a calci Davide Bono e minacciato di violenze fisiche. La pioggia di monetine lanciate nel 1992 a Craxi, oggi è una pioggia di banconote di carta marchiate No Tav per ricordare come sulle speculazioni sulle Grandi Opere sono tutti d'accordo, purchè le tasche siano sempre piene...oltre i lauti stipendi."
Per un pugno di euro
"Oggi c'è stata la discussione in aula delle proposte di legge sulla riduzione degli stipendi dei Consiglieri Regionali, licenziate dalla Commissione Bilancio. L'accordo unanime di Pd, Pdl e Lega ha permesso la bocciatura della nostra proposta che chiedeva una riduzione netta degli stipendi e dei privilegi (compreso il vitalizio dopo soli 5 anni) dei Consiglieri Regionali piemontesi per un risparmio annuo di circa 12 milioni di euro. La proposta di legge dell'Ufficio di Presidenza si è limitata alla riduzione di un mero 10% dell'indennità pari a circa 700 mila euro annui, come richiesto dal dlgs 78/2010: un'adesione "spontanea" perchè correlata ad una riduzione dei trasferimenti statali in caso di mancata riduzione. Proprio per questo, visto che è stata un'azione meramente cosmetica, abbiamo deciso di stamparci delle riproduzioni di banconote da dare ai Consiglieri a parziale copertura delle perdite che matureranno dal 2011. Non l'hanno gradito: neanche avessimo detto che quei soldi li rubano... Giudicate voi dal video. I più violenti: il consigliere del PD, Boeti, che ci ha apostrofato in malo modo e minacciato di violenze fisiche; il consigliere del PDL, Massimiliano Motta, che ha preso a calci Davide Bono e minacciato di violenze fisiche. La pioggia di monetine lanciate nel 1992 a Craxi, oggi è una pioggia di banconote di carta marchiate No Tav per ricordare come sulle speculazioni sulle Grandi Opere sono tutti d'accordo, purchè le tasche siano sempre piene...oltre i lauti stipendi."
31 Dicembre a Santa Lucia

31 Dicembre a Santa Lucia. Per un 2011 senza discariche ed emergenza rifiuti.
Manifestazione di fine anno contro l'emergenza per le alternative
Come da tradizione l'ultimo giorno dell'anno dovrebbe portarsi via e cose vecchie e brutte dell'anno appena trascorso. Per la città di Napoli e per la sua provincia invece non sarà così. Monnezza, discariche, inceneritori, speculatori, politici affaristi ed amici dei camorristi continueranno a restare nella nostra città, a far danni, ad avvelenare la nostra terra e la nostra salute, a riempierci di chiacchiere e paventati miracoli. Per questo pensiamo sia opportuno che un po' di cose vecchie, un po' di monnezza forse sia il caso di portarla a loro in un augurio che ben presto lascino la città insieme ai rifiuti, alle discariche ed agli inceneritori.
Anni fa la montagna di sale in Piazza Plebiscito inaugurava una consuetudine che vuole in questa ultima parte dell'anno delle installazioni di arte contemporanea capeggiare nei luoghi simbolo della città. Quest'anno siamo certi che nulla di meglio che una montagna di monnezza sotto un palazzo simbolo delle responsabilità del malgoverno come Palazzo Santa Lucia sede della giunta regionale della Campania, possa sintetizzare i nostri auspici per l'anno nuovo, e di tutti quelli che credono nella possibilità ora e subito di praticare la alternative per lo smaltimento dei rifiuti.
Facciamo appello a tutti i comitati, alle reti in difesa della salute e dell'ambiente per essere insieme il 31 dicembre sotto palazzo Santa Lucia a costruire la montagna di monnezza per i buoni auspici nel 2011 per i tanti che reclamano un piano alternativo dei rifiuti senza discariche ed inceneritori e per uscire per sempre dall'emergenza affaristico-speculativa-sanitaria.
A Napoli ed in provincia tanti comitati si stanno coordinando per affermare la necessità di un piano alternativo dei rifiuti, un percorso importante che nel prossimo anno non potrà che essere decisivo per tutti quelli che hanno lottato e lottano in questi anni contro veleni e rifiuti.
Venerdi' 31 Dicembre, ore 10:30
Palazzo Santa Lucia - Sede Regione Campania
Per un 2011 senza discariche, rifiuti ed affaristi
Costruiamo la montagna di monnezza
Presidio permanente di Chiaiano e Marano
Comitato antidiscarica di Giugliano
Comitato Cambiamo Mugnano
Laboratorio Insurgencia
Fonte: GlobalProject
31 Dicembre a Santa Lucia

31 Dicembre a Santa Lucia. Per un 2011 senza discariche ed emergenza rifiuti.
Manifestazione di fine anno contro l'emergenza per le alternative
Come da tradizione l'ultimo giorno dell'anno dovrebbe portarsi via e cose vecchie e brutte dell'anno appena trascorso. Per la città di Napoli e per la sua provincia invece non sarà così. Monnezza, discariche, inceneritori, speculatori, politici affaristi ed amici dei camorristi continueranno a restare nella nostra città, a far danni, ad avvelenare la nostra terra e la nostra salute, a riempierci di chiacchiere e paventati miracoli. Per questo pensiamo sia opportuno che un po' di cose vecchie, un po' di monnezza forse sia il caso di portarla a loro in un augurio che ben presto lascino la città insieme ai rifiuti, alle discariche ed agli inceneritori.
Anni fa la montagna di sale in Piazza Plebiscito inaugurava una consuetudine che vuole in questa ultima parte dell'anno delle installazioni di arte contemporanea capeggiare nei luoghi simbolo della città. Quest'anno siamo certi che nulla di meglio che una montagna di monnezza sotto un palazzo simbolo delle responsabilità del malgoverno come Palazzo Santa Lucia sede della giunta regionale della Campania, possa sintetizzare i nostri auspici per l'anno nuovo, e di tutti quelli che credono nella possibilità ora e subito di praticare la alternative per lo smaltimento dei rifiuti.
Facciamo appello a tutti i comitati, alle reti in difesa della salute e dell'ambiente per essere insieme il 31 dicembre sotto palazzo Santa Lucia a costruire la montagna di monnezza per i buoni auspici nel 2011 per i tanti che reclamano un piano alternativo dei rifiuti senza discariche ed inceneritori e per uscire per sempre dall'emergenza affaristico-speculativa-sanitaria.
A Napoli ed in provincia tanti comitati si stanno coordinando per affermare la necessità di un piano alternativo dei rifiuti, un percorso importante che nel prossimo anno non potrà che essere decisivo per tutti quelli che hanno lottato e lottano in questi anni contro veleni e rifiuti.
Venerdi' 31 Dicembre, ore 10:30
Palazzo Santa Lucia - Sede Regione Campania
Per un 2011 senza discariche, rifiuti ed affaristi
Costruiamo la montagna di monnezza
Presidio permanente di Chiaiano e Marano
Comitato antidiscarica di Giugliano
Comitato Cambiamo Mugnano
Laboratorio Insurgencia
Fonte: GlobalProject
31 Dicembre a Santa Lucia

31 Dicembre a Santa Lucia. Per un 2011 senza discariche ed emergenza rifiuti.
Manifestazione di fine anno contro l'emergenza per le alternative
Come da tradizione l'ultimo giorno dell'anno dovrebbe portarsi via e cose vecchie e brutte dell'anno appena trascorso. Per la città di Napoli e per la sua provincia invece non sarà così. Monnezza, discariche, inceneritori, speculatori, politici affaristi ed amici dei camorristi continueranno a restare nella nostra città, a far danni, ad avvelenare la nostra terra e la nostra salute, a riempierci di chiacchiere e paventati miracoli. Per questo pensiamo sia opportuno che un po' di cose vecchie, un po' di monnezza forse sia il caso di portarla a loro in un augurio che ben presto lascino la città insieme ai rifiuti, alle discariche ed agli inceneritori.
Anni fa la montagna di sale in Piazza Plebiscito inaugurava una consuetudine che vuole in questa ultima parte dell'anno delle installazioni di arte contemporanea capeggiare nei luoghi simbolo della città. Quest'anno siamo certi che nulla di meglio che una montagna di monnezza sotto un palazzo simbolo delle responsabilità del malgoverno come Palazzo Santa Lucia sede della giunta regionale della Campania, possa sintetizzare i nostri auspici per l'anno nuovo, e di tutti quelli che credono nella possibilità ora e subito di praticare la alternative per lo smaltimento dei rifiuti.
Facciamo appello a tutti i comitati, alle reti in difesa della salute e dell'ambiente per essere insieme il 31 dicembre sotto palazzo Santa Lucia a costruire la montagna di monnezza per i buoni auspici nel 2011 per i tanti che reclamano un piano alternativo dei rifiuti senza discariche ed inceneritori e per uscire per sempre dall'emergenza affaristico-speculativa-sanitaria.
A Napoli ed in provincia tanti comitati si stanno coordinando per affermare la necessità di un piano alternativo dei rifiuti, un percorso importante che nel prossimo anno non potrà che essere decisivo per tutti quelli che hanno lottato e lottano in questi anni contro veleni e rifiuti.
Venerdi' 31 Dicembre, ore 10:30
Palazzo Santa Lucia - Sede Regione Campania
Per un 2011 senza discariche, rifiuti ed affaristi
Costruiamo la montagna di monnezza
Presidio permanente di Chiaiano e Marano
Comitato antidiscarica di Giugliano
Comitato Cambiamo Mugnano
Laboratorio Insurgencia
Fonte: GlobalProject
29 dicembre 2010
Person of the Year 2010: MoVimento 5 Stelle

Person of the Year 2010: MoVimento 5 Stelle

Person of the Year 2010: MoVimento 5 Stelle

Il club dei Comuni virtuosi "Così tagliamo le bollette" Dalla corrente agli imballaggi: come ridurre ai minimi la spesa pubblica
di Michele Brambilla
inviato a Colorno (Pama)
Passare una mezza giornata con Marco Boschini è, come diceva Guareschi che era di queste parti, «bello e istruttivo», perché impari un sacco di cose. Ma non è facile. Anche senza dirti nulla, Boschini ti mette un po’ in soggezione. Guai se, uscendo da una stanza, ti dimentichi di spegnere la luce. Se proponi di prendere l’auto per un tragitto che si può tranquillamente percorrere a piedi. Se poi ti capita di andarci a pranzo insieme, guardati dal lasciare qualcosa nel piatto, o di spezzare un panino senza finirlo.
Marco Boschini è il coordinatore nazionale dell’Associazione dei Comuni Virtuosi, una specie di mondo parallelo che ha deciso di combattere i guasti dell’era contemporanea – dall’inquinamento alla crisi economica – reintroducendo nella vita quotidiana pubblica e privata l’uso di quella vecchia e sana virtù dei nostri nonni: la parsimonia. Trentasei anni, educatore in un doposcuola, Boschini è assessore a urbanistica, ambiente e patrimonio del suo paese, Colorno, novemila abitanti.
La sfida dei più piccoli
Nel maggio del 2005 è stato uno dei fondatori di questa associazione di comuni virtuosi: «All’inizio eravamo in quattro – racconta –: noi, Vezzano Ligure (La Spezia), Monsano (Ancona), Melpignano (Lecce). Lo stimolo è stata la convinzione che il modello di sviluppo di oggi, oltre a provocare disastri a livello planetario, ha ripercussioni sulla vita delle piccole comunità locali». E così è partita la sfida: vivere non proprio come gli Amish, ma insomma.
Oggi l’associazione raggruppa 48 Comuni in tutte le regioni italiane. L’idea rivoluzionaria è di cambiare il mondo partendo dalle piccole azioni quotidiane. Un’utopia? «Potranno anche ridere di noi - dice Boschini - ma la storia spesso è stata cambiata da piccoli gesti di persone semplici. Le faccio un esempio che dimostra che la nostra battaglia non è affatto vana. Noi abbiamo cominciato da anni a dire a tutti: quando fate la spesa, siete sicuri di avere bisogno di prendere i sacchetti di plastica del supermercato? E se invece facessimo come si faceva una volta, e cioè se si portasse qualche sacchetto di tela da casa? Bene: ci davano dei talebani, ma adesso il governo ha finalmente messo al bando le borse di plastica. Lei ha un’idea di quante borse di plastica usiamo ogni anno in Italia?».
E’ in queste cose che Boschini ti stende: sui numeri, sui fatti. Perché non solo nessuno di noi sa quante borse di plastica vengono usate (e poi buttate, a inquinare l’ambiente) ogni anno in Italia: ma nemmeno se lo potrebbe immaginare.
Un mare di plastica
«Ventiquattro miliardi!», si auto-risponde Boschini con l’aria di chi sa di stupire. «Sì, ven-tiquat-tro-mi-liar-di! Ha presente il danno per l’ecosistema? Ecco, questo è un esempio di rivoluzione partita dal basso e arrivata in alto». Portarsi da casa una borsa di tela da riutilizzare migliaia di volte: è solo una questione di abitudine. «A Capannori, cinquantamila abitanti, il nostro Comune più grande, in provincia di Lucca, un anno e mezzo fa hanno inaugurato il negozio Effecorta. Sa che cosa fanno in quel negozio? Vendono solo prodotti senza imballaggio. Alimentari, detergenti, cosmetici eccetera. Tutto sfuso, offerto in una lunga fila di contenitori in vetro. Uno va là con una scatola, si prende la pasta e i biscotti e se ne va a casa. Chi compra in quel negozio non produce rifiuti, capisce? Adesso molti stanno seguendo l’esempio».
E l’ultimo spenga la luce
E’ solo questione, appunto, di abitudini. Come spegnere la luce quando non serve: «A Laveno Mombello, sul lago Maggiore, in un istituto tecnico un professore ha lanciato il progetto “I guardiani della luce”. A turno, ogni mese uno studente è responsabile del controllo degli sprechi. Se vede che c’è il sole, apre la tenda e preme l’interruttore. Così in aula, in palestra eccetera. Sa quanto hanno risparmiato sulla bolletta, senza modificare gli impianti? Il cinquantacinque per cento».
Il risparmio al camposanto
Si risparmia sui vivi e sui morti: «A pochi viene in mente quanto si spreca, ad esempio, per le luci votive dei cimiteri. Sono quasi tutte lampadine tradizionali. Noi a Colorno le abbiamo sostituite con quelle a led, spesso alimentate con l’energia solare, e risparmiamo il 90 per cento. E l’acqua minerale? In quasi tutte le mense scolastiche dei nostri Comuni l’abbiamo rimpiazzata con quella “del sindaco”, che poi è quella del rubinetto».
Acqua eccellente e controllata - garantisce l’assessore -, «che solo al nostro piccolo Comune permette di evitare l’acquisto di 200 mila bottigliette di plastica l’anno. Bottigliette che prima vengono trasportate da camion che inquinano, e poi finiscono nella spazzatura. Ecco, pensate a operazioni del genere a Milano e Napoli... pensate se così facessero tutti... provate a moltiplicare risparmi e benefici». Ma possibile che non ci abbia pensato nessuno, nei grandi Comuni? «Molti non lo sanno. E se qualcuno glielo dice, non cambiano per pigrizia».
L’obiettivo
Come tutti i rivoluzionari, anche Boschini ha un obiettivo che pare folle: «Vogliamo arrivare a produrre zero rifiuti». Zero rifiuti? Viene il dubbio che sia il caso di chiamare un’ambulanza. «Mi rendo conto che sembra impossibile – spiega – ma per esempio a Colorno abbiamo introdotto la raccolta differenziata porta a porta. Non ci sono più i cassonetti in giro, solo le campane per il vetro. Ogni famiglia ha almeno quattro bidoncini: per la carta, la plastica, l’organico e l’indifferenziata. Così si ricicla quasi tutto. I risparmi? Il cittadino è portato a non comperare ciò che ha sperimentato essere inutile, e paga anche meno tasse per i rifiuti. Il Comune risparmia sull’inceneritore e crea posti di lavoro per la raccolta porta a porta. Guardi: la principale obiezione che ci fanno è che un mondo che consuma meno ha anche meno posti di lavoro. Ma noi abbiamo calcolato che se tutti i Comuni facessero la raccolta differenziata porta a porta, si creerebbero trecentomila posti di lavoro. Lei dice: rifiuti zero è impossibile. Ma nel nostro Comune di Ponte nelle Alpi, nel Bellunese, la raccolta differenziata è già arrivata al 90 per cento. La media nazionale di produzione annua di rifiuti pro capite è 600-650 chili. In molti nostri Comuni, siamo sotto i 40 chili».
L’addio al Pd
Marco Boschini era del Pd: era perché se n’è andato poco fa. «Le nostre iniziative – dice – vengono boicottate da tutti i partiti, anche a sinistra». Non sarà che siete dei rompiballe? «Lo siamo sicuramente per una classe dirigente che è inadeguata, impreparata culturalmente per capire la portata della sfida. Pensi che Camigliano, in provincia di Caserta, è stato commissariato perché troppo virtuoso». Possibile? «E’ così. Aveva ridotto i rifiuti del 70 per cento, e non aveva bisogno di aderire al consorzio provinciale come la nuova legge prevede. Così hanno commissariato solo l’unico Comune che non aveva monnezza in giro. Siamo noi i pazzi, o qualcun altro?».
inviato a Colorno (Pama)
Passare una mezza giornata con Marco Boschini è, come diceva Guareschi che era di queste parti, «bello e istruttivo», perché impari un sacco di cose. Ma non è facile. Anche senza dirti nulla, Boschini ti mette un po’ in soggezione. Guai se, uscendo da una stanza, ti dimentichi di spegnere la luce. Se proponi di prendere l’auto per un tragitto che si può tranquillamente percorrere a piedi. Se poi ti capita di andarci a pranzo insieme, guardati dal lasciare qualcosa nel piatto, o di spezzare un panino senza finirlo.
Marco Boschini è il coordinatore nazionale dell’Associazione dei Comuni Virtuosi, una specie di mondo parallelo che ha deciso di combattere i guasti dell’era contemporanea – dall’inquinamento alla crisi economica – reintroducendo nella vita quotidiana pubblica e privata l’uso di quella vecchia e sana virtù dei nostri nonni: la parsimonia. Trentasei anni, educatore in un doposcuola, Boschini è assessore a urbanistica, ambiente e patrimonio del suo paese, Colorno, novemila abitanti.
La sfida dei più piccoli
Nel maggio del 2005 è stato uno dei fondatori di questa associazione di comuni virtuosi: «All’inizio eravamo in quattro – racconta –: noi, Vezzano Ligure (La Spezia), Monsano (Ancona), Melpignano (Lecce). Lo stimolo è stata la convinzione che il modello di sviluppo di oggi, oltre a provocare disastri a livello planetario, ha ripercussioni sulla vita delle piccole comunità locali». E così è partita la sfida: vivere non proprio come gli Amish, ma insomma.
Oggi l’associazione raggruppa 48 Comuni in tutte le regioni italiane. L’idea rivoluzionaria è di cambiare il mondo partendo dalle piccole azioni quotidiane. Un’utopia? «Potranno anche ridere di noi - dice Boschini - ma la storia spesso è stata cambiata da piccoli gesti di persone semplici. Le faccio un esempio che dimostra che la nostra battaglia non è affatto vana. Noi abbiamo cominciato da anni a dire a tutti: quando fate la spesa, siete sicuri di avere bisogno di prendere i sacchetti di plastica del supermercato? E se invece facessimo come si faceva una volta, e cioè se si portasse qualche sacchetto di tela da casa? Bene: ci davano dei talebani, ma adesso il governo ha finalmente messo al bando le borse di plastica. Lei ha un’idea di quante borse di plastica usiamo ogni anno in Italia?».
E’ in queste cose che Boschini ti stende: sui numeri, sui fatti. Perché non solo nessuno di noi sa quante borse di plastica vengono usate (e poi buttate, a inquinare l’ambiente) ogni anno in Italia: ma nemmeno se lo potrebbe immaginare.
Un mare di plastica
«Ventiquattro miliardi!», si auto-risponde Boschini con l’aria di chi sa di stupire. «Sì, ven-tiquat-tro-mi-liar-di! Ha presente il danno per l’ecosistema? Ecco, questo è un esempio di rivoluzione partita dal basso e arrivata in alto». Portarsi da casa una borsa di tela da riutilizzare migliaia di volte: è solo una questione di abitudine. «A Capannori, cinquantamila abitanti, il nostro Comune più grande, in provincia di Lucca, un anno e mezzo fa hanno inaugurato il negozio Effecorta. Sa che cosa fanno in quel negozio? Vendono solo prodotti senza imballaggio. Alimentari, detergenti, cosmetici eccetera. Tutto sfuso, offerto in una lunga fila di contenitori in vetro. Uno va là con una scatola, si prende la pasta e i biscotti e se ne va a casa. Chi compra in quel negozio non produce rifiuti, capisce? Adesso molti stanno seguendo l’esempio».
E l’ultimo spenga la luce
E’ solo questione, appunto, di abitudini. Come spegnere la luce quando non serve: «A Laveno Mombello, sul lago Maggiore, in un istituto tecnico un professore ha lanciato il progetto “I guardiani della luce”. A turno, ogni mese uno studente è responsabile del controllo degli sprechi. Se vede che c’è il sole, apre la tenda e preme l’interruttore. Così in aula, in palestra eccetera. Sa quanto hanno risparmiato sulla bolletta, senza modificare gli impianti? Il cinquantacinque per cento».
Il risparmio al camposanto
Si risparmia sui vivi e sui morti: «A pochi viene in mente quanto si spreca, ad esempio, per le luci votive dei cimiteri. Sono quasi tutte lampadine tradizionali. Noi a Colorno le abbiamo sostituite con quelle a led, spesso alimentate con l’energia solare, e risparmiamo il 90 per cento. E l’acqua minerale? In quasi tutte le mense scolastiche dei nostri Comuni l’abbiamo rimpiazzata con quella “del sindaco”, che poi è quella del rubinetto».
Acqua eccellente e controllata - garantisce l’assessore -, «che solo al nostro piccolo Comune permette di evitare l’acquisto di 200 mila bottigliette di plastica l’anno. Bottigliette che prima vengono trasportate da camion che inquinano, e poi finiscono nella spazzatura. Ecco, pensate a operazioni del genere a Milano e Napoli... pensate se così facessero tutti... provate a moltiplicare risparmi e benefici». Ma possibile che non ci abbia pensato nessuno, nei grandi Comuni? «Molti non lo sanno. E se qualcuno glielo dice, non cambiano per pigrizia».
L’obiettivo
Come tutti i rivoluzionari, anche Boschini ha un obiettivo che pare folle: «Vogliamo arrivare a produrre zero rifiuti». Zero rifiuti? Viene il dubbio che sia il caso di chiamare un’ambulanza. «Mi rendo conto che sembra impossibile – spiega – ma per esempio a Colorno abbiamo introdotto la raccolta differenziata porta a porta. Non ci sono più i cassonetti in giro, solo le campane per il vetro. Ogni famiglia ha almeno quattro bidoncini: per la carta, la plastica, l’organico e l’indifferenziata. Così si ricicla quasi tutto. I risparmi? Il cittadino è portato a non comperare ciò che ha sperimentato essere inutile, e paga anche meno tasse per i rifiuti. Il Comune risparmia sull’inceneritore e crea posti di lavoro per la raccolta porta a porta. Guardi: la principale obiezione che ci fanno è che un mondo che consuma meno ha anche meno posti di lavoro. Ma noi abbiamo calcolato che se tutti i Comuni facessero la raccolta differenziata porta a porta, si creerebbero trecentomila posti di lavoro. Lei dice: rifiuti zero è impossibile. Ma nel nostro Comune di Ponte nelle Alpi, nel Bellunese, la raccolta differenziata è già arrivata al 90 per cento. La media nazionale di produzione annua di rifiuti pro capite è 600-650 chili. In molti nostri Comuni, siamo sotto i 40 chili».
L’addio al Pd
Marco Boschini era del Pd: era perché se n’è andato poco fa. «Le nostre iniziative – dice – vengono boicottate da tutti i partiti, anche a sinistra». Non sarà che siete dei rompiballe? «Lo siamo sicuramente per una classe dirigente che è inadeguata, impreparata culturalmente per capire la portata della sfida. Pensi che Camigliano, in provincia di Caserta, è stato commissariato perché troppo virtuoso». Possibile? «E’ così. Aveva ridotto i rifiuti del 70 per cento, e non aveva bisogno di aderire al consorzio provinciale come la nuova legge prevede. Così hanno commissariato solo l’unico Comune che non aveva monnezza in giro. Siamo noi i pazzi, o qualcun altro?».
Il club dei Comuni virtuosi "Così tagliamo le bollette" Dalla corrente agli imballaggi: come ridurre ai minimi la spesa pubblica
di Michele Brambilla
inviato a Colorno (Pama)
Passare una mezza giornata con Marco Boschini è, come diceva Guareschi che era di queste parti, «bello e istruttivo», perché impari un sacco di cose. Ma non è facile. Anche senza dirti nulla, Boschini ti mette un po’ in soggezione. Guai se, uscendo da una stanza, ti dimentichi di spegnere la luce. Se proponi di prendere l’auto per un tragitto che si può tranquillamente percorrere a piedi. Se poi ti capita di andarci a pranzo insieme, guardati dal lasciare qualcosa nel piatto, o di spezzare un panino senza finirlo.
Marco Boschini è il coordinatore nazionale dell’Associazione dei Comuni Virtuosi, una specie di mondo parallelo che ha deciso di combattere i guasti dell’era contemporanea – dall’inquinamento alla crisi economica – reintroducendo nella vita quotidiana pubblica e privata l’uso di quella vecchia e sana virtù dei nostri nonni: la parsimonia. Trentasei anni, educatore in un doposcuola, Boschini è assessore a urbanistica, ambiente e patrimonio del suo paese, Colorno, novemila abitanti.
La sfida dei più piccoli
Nel maggio del 2005 è stato uno dei fondatori di questa associazione di comuni virtuosi: «All’inizio eravamo in quattro – racconta –: noi, Vezzano Ligure (La Spezia), Monsano (Ancona), Melpignano (Lecce). Lo stimolo è stata la convinzione che il modello di sviluppo di oggi, oltre a provocare disastri a livello planetario, ha ripercussioni sulla vita delle piccole comunità locali». E così è partita la sfida: vivere non proprio come gli Amish, ma insomma.
Oggi l’associazione raggruppa 48 Comuni in tutte le regioni italiane. L’idea rivoluzionaria è di cambiare il mondo partendo dalle piccole azioni quotidiane. Un’utopia? «Potranno anche ridere di noi - dice Boschini - ma la storia spesso è stata cambiata da piccoli gesti di persone semplici. Le faccio un esempio che dimostra che la nostra battaglia non è affatto vana. Noi abbiamo cominciato da anni a dire a tutti: quando fate la spesa, siete sicuri di avere bisogno di prendere i sacchetti di plastica del supermercato? E se invece facessimo come si faceva una volta, e cioè se si portasse qualche sacchetto di tela da casa? Bene: ci davano dei talebani, ma adesso il governo ha finalmente messo al bando le borse di plastica. Lei ha un’idea di quante borse di plastica usiamo ogni anno in Italia?».
E’ in queste cose che Boschini ti stende: sui numeri, sui fatti. Perché non solo nessuno di noi sa quante borse di plastica vengono usate (e poi buttate, a inquinare l’ambiente) ogni anno in Italia: ma nemmeno se lo potrebbe immaginare.
Un mare di plastica
«Ventiquattro miliardi!», si auto-risponde Boschini con l’aria di chi sa di stupire. «Sì, ven-tiquat-tro-mi-liar-di! Ha presente il danno per l’ecosistema? Ecco, questo è un esempio di rivoluzione partita dal basso e arrivata in alto». Portarsi da casa una borsa di tela da riutilizzare migliaia di volte: è solo una questione di abitudine. «A Capannori, cinquantamila abitanti, il nostro Comune più grande, in provincia di Lucca, un anno e mezzo fa hanno inaugurato il negozio Effecorta. Sa che cosa fanno in quel negozio? Vendono solo prodotti senza imballaggio. Alimentari, detergenti, cosmetici eccetera. Tutto sfuso, offerto in una lunga fila di contenitori in vetro. Uno va là con una scatola, si prende la pasta e i biscotti e se ne va a casa. Chi compra in quel negozio non produce rifiuti, capisce? Adesso molti stanno seguendo l’esempio».
E l’ultimo spenga la luce
E’ solo questione, appunto, di abitudini. Come spegnere la luce quando non serve: «A Laveno Mombello, sul lago Maggiore, in un istituto tecnico un professore ha lanciato il progetto “I guardiani della luce”. A turno, ogni mese uno studente è responsabile del controllo degli sprechi. Se vede che c’è il sole, apre la tenda e preme l’interruttore. Così in aula, in palestra eccetera. Sa quanto hanno risparmiato sulla bolletta, senza modificare gli impianti? Il cinquantacinque per cento».
Il risparmio al camposanto
Si risparmia sui vivi e sui morti: «A pochi viene in mente quanto si spreca, ad esempio, per le luci votive dei cimiteri. Sono quasi tutte lampadine tradizionali. Noi a Colorno le abbiamo sostituite con quelle a led, spesso alimentate con l’energia solare, e risparmiamo il 90 per cento. E l’acqua minerale? In quasi tutte le mense scolastiche dei nostri Comuni l’abbiamo rimpiazzata con quella “del sindaco”, che poi è quella del rubinetto».
Acqua eccellente e controllata - garantisce l’assessore -, «che solo al nostro piccolo Comune permette di evitare l’acquisto di 200 mila bottigliette di plastica l’anno. Bottigliette che prima vengono trasportate da camion che inquinano, e poi finiscono nella spazzatura. Ecco, pensate a operazioni del genere a Milano e Napoli... pensate se così facessero tutti... provate a moltiplicare risparmi e benefici». Ma possibile che non ci abbia pensato nessuno, nei grandi Comuni? «Molti non lo sanno. E se qualcuno glielo dice, non cambiano per pigrizia».
L’obiettivo
Come tutti i rivoluzionari, anche Boschini ha un obiettivo che pare folle: «Vogliamo arrivare a produrre zero rifiuti». Zero rifiuti? Viene il dubbio che sia il caso di chiamare un’ambulanza. «Mi rendo conto che sembra impossibile – spiega – ma per esempio a Colorno abbiamo introdotto la raccolta differenziata porta a porta. Non ci sono più i cassonetti in giro, solo le campane per il vetro. Ogni famiglia ha almeno quattro bidoncini: per la carta, la plastica, l’organico e l’indifferenziata. Così si ricicla quasi tutto. I risparmi? Il cittadino è portato a non comperare ciò che ha sperimentato essere inutile, e paga anche meno tasse per i rifiuti. Il Comune risparmia sull’inceneritore e crea posti di lavoro per la raccolta porta a porta. Guardi: la principale obiezione che ci fanno è che un mondo che consuma meno ha anche meno posti di lavoro. Ma noi abbiamo calcolato che se tutti i Comuni facessero la raccolta differenziata porta a porta, si creerebbero trecentomila posti di lavoro. Lei dice: rifiuti zero è impossibile. Ma nel nostro Comune di Ponte nelle Alpi, nel Bellunese, la raccolta differenziata è già arrivata al 90 per cento. La media nazionale di produzione annua di rifiuti pro capite è 600-650 chili. In molti nostri Comuni, siamo sotto i 40 chili».
L’addio al Pd
Marco Boschini era del Pd: era perché se n’è andato poco fa. «Le nostre iniziative – dice – vengono boicottate da tutti i partiti, anche a sinistra». Non sarà che siete dei rompiballe? «Lo siamo sicuramente per una classe dirigente che è inadeguata, impreparata culturalmente per capire la portata della sfida. Pensi che Camigliano, in provincia di Caserta, è stato commissariato perché troppo virtuoso». Possibile? «E’ così. Aveva ridotto i rifiuti del 70 per cento, e non aveva bisogno di aderire al consorzio provinciale come la nuova legge prevede. Così hanno commissariato solo l’unico Comune che non aveva monnezza in giro. Siamo noi i pazzi, o qualcun altro?».
inviato a Colorno (Pama)
Passare una mezza giornata con Marco Boschini è, come diceva Guareschi che era di queste parti, «bello e istruttivo», perché impari un sacco di cose. Ma non è facile. Anche senza dirti nulla, Boschini ti mette un po’ in soggezione. Guai se, uscendo da una stanza, ti dimentichi di spegnere la luce. Se proponi di prendere l’auto per un tragitto che si può tranquillamente percorrere a piedi. Se poi ti capita di andarci a pranzo insieme, guardati dal lasciare qualcosa nel piatto, o di spezzare un panino senza finirlo.
Marco Boschini è il coordinatore nazionale dell’Associazione dei Comuni Virtuosi, una specie di mondo parallelo che ha deciso di combattere i guasti dell’era contemporanea – dall’inquinamento alla crisi economica – reintroducendo nella vita quotidiana pubblica e privata l’uso di quella vecchia e sana virtù dei nostri nonni: la parsimonia. Trentasei anni, educatore in un doposcuola, Boschini è assessore a urbanistica, ambiente e patrimonio del suo paese, Colorno, novemila abitanti.
La sfida dei più piccoli
Nel maggio del 2005 è stato uno dei fondatori di questa associazione di comuni virtuosi: «All’inizio eravamo in quattro – racconta –: noi, Vezzano Ligure (La Spezia), Monsano (Ancona), Melpignano (Lecce). Lo stimolo è stata la convinzione che il modello di sviluppo di oggi, oltre a provocare disastri a livello planetario, ha ripercussioni sulla vita delle piccole comunità locali». E così è partita la sfida: vivere non proprio come gli Amish, ma insomma.
Oggi l’associazione raggruppa 48 Comuni in tutte le regioni italiane. L’idea rivoluzionaria è di cambiare il mondo partendo dalle piccole azioni quotidiane. Un’utopia? «Potranno anche ridere di noi - dice Boschini - ma la storia spesso è stata cambiata da piccoli gesti di persone semplici. Le faccio un esempio che dimostra che la nostra battaglia non è affatto vana. Noi abbiamo cominciato da anni a dire a tutti: quando fate la spesa, siete sicuri di avere bisogno di prendere i sacchetti di plastica del supermercato? E se invece facessimo come si faceva una volta, e cioè se si portasse qualche sacchetto di tela da casa? Bene: ci davano dei talebani, ma adesso il governo ha finalmente messo al bando le borse di plastica. Lei ha un’idea di quante borse di plastica usiamo ogni anno in Italia?».
E’ in queste cose che Boschini ti stende: sui numeri, sui fatti. Perché non solo nessuno di noi sa quante borse di plastica vengono usate (e poi buttate, a inquinare l’ambiente) ogni anno in Italia: ma nemmeno se lo potrebbe immaginare.
Un mare di plastica
«Ventiquattro miliardi!», si auto-risponde Boschini con l’aria di chi sa di stupire. «Sì, ven-tiquat-tro-mi-liar-di! Ha presente il danno per l’ecosistema? Ecco, questo è un esempio di rivoluzione partita dal basso e arrivata in alto». Portarsi da casa una borsa di tela da riutilizzare migliaia di volte: è solo una questione di abitudine. «A Capannori, cinquantamila abitanti, il nostro Comune più grande, in provincia di Lucca, un anno e mezzo fa hanno inaugurato il negozio Effecorta. Sa che cosa fanno in quel negozio? Vendono solo prodotti senza imballaggio. Alimentari, detergenti, cosmetici eccetera. Tutto sfuso, offerto in una lunga fila di contenitori in vetro. Uno va là con una scatola, si prende la pasta e i biscotti e se ne va a casa. Chi compra in quel negozio non produce rifiuti, capisce? Adesso molti stanno seguendo l’esempio».
E l’ultimo spenga la luce
E’ solo questione, appunto, di abitudini. Come spegnere la luce quando non serve: «A Laveno Mombello, sul lago Maggiore, in un istituto tecnico un professore ha lanciato il progetto “I guardiani della luce”. A turno, ogni mese uno studente è responsabile del controllo degli sprechi. Se vede che c’è il sole, apre la tenda e preme l’interruttore. Così in aula, in palestra eccetera. Sa quanto hanno risparmiato sulla bolletta, senza modificare gli impianti? Il cinquantacinque per cento».
Il risparmio al camposanto
Si risparmia sui vivi e sui morti: «A pochi viene in mente quanto si spreca, ad esempio, per le luci votive dei cimiteri. Sono quasi tutte lampadine tradizionali. Noi a Colorno le abbiamo sostituite con quelle a led, spesso alimentate con l’energia solare, e risparmiamo il 90 per cento. E l’acqua minerale? In quasi tutte le mense scolastiche dei nostri Comuni l’abbiamo rimpiazzata con quella “del sindaco”, che poi è quella del rubinetto».
Acqua eccellente e controllata - garantisce l’assessore -, «che solo al nostro piccolo Comune permette di evitare l’acquisto di 200 mila bottigliette di plastica l’anno. Bottigliette che prima vengono trasportate da camion che inquinano, e poi finiscono nella spazzatura. Ecco, pensate a operazioni del genere a Milano e Napoli... pensate se così facessero tutti... provate a moltiplicare risparmi e benefici». Ma possibile che non ci abbia pensato nessuno, nei grandi Comuni? «Molti non lo sanno. E se qualcuno glielo dice, non cambiano per pigrizia».
L’obiettivo
Come tutti i rivoluzionari, anche Boschini ha un obiettivo che pare folle: «Vogliamo arrivare a produrre zero rifiuti». Zero rifiuti? Viene il dubbio che sia il caso di chiamare un’ambulanza. «Mi rendo conto che sembra impossibile – spiega – ma per esempio a Colorno abbiamo introdotto la raccolta differenziata porta a porta. Non ci sono più i cassonetti in giro, solo le campane per il vetro. Ogni famiglia ha almeno quattro bidoncini: per la carta, la plastica, l’organico e l’indifferenziata. Così si ricicla quasi tutto. I risparmi? Il cittadino è portato a non comperare ciò che ha sperimentato essere inutile, e paga anche meno tasse per i rifiuti. Il Comune risparmia sull’inceneritore e crea posti di lavoro per la raccolta porta a porta. Guardi: la principale obiezione che ci fanno è che un mondo che consuma meno ha anche meno posti di lavoro. Ma noi abbiamo calcolato che se tutti i Comuni facessero la raccolta differenziata porta a porta, si creerebbero trecentomila posti di lavoro. Lei dice: rifiuti zero è impossibile. Ma nel nostro Comune di Ponte nelle Alpi, nel Bellunese, la raccolta differenziata è già arrivata al 90 per cento. La media nazionale di produzione annua di rifiuti pro capite è 600-650 chili. In molti nostri Comuni, siamo sotto i 40 chili».
L’addio al Pd
Marco Boschini era del Pd: era perché se n’è andato poco fa. «Le nostre iniziative – dice – vengono boicottate da tutti i partiti, anche a sinistra». Non sarà che siete dei rompiballe? «Lo siamo sicuramente per una classe dirigente che è inadeguata, impreparata culturalmente per capire la portata della sfida. Pensi che Camigliano, in provincia di Caserta, è stato commissariato perché troppo virtuoso». Possibile? «E’ così. Aveva ridotto i rifiuti del 70 per cento, e non aveva bisogno di aderire al consorzio provinciale come la nuova legge prevede. Così hanno commissariato solo l’unico Comune che non aveva monnezza in giro. Siamo noi i pazzi, o qualcun altro?».
Il club dei Comuni virtuosi "Così tagliamo le bollette" Dalla corrente agli imballaggi: come ridurre ai minimi la spesa pubblica
di Michele Brambilla
inviato a Colorno (Pama)
Passare una mezza giornata con Marco Boschini è, come diceva Guareschi che era di queste parti, «bello e istruttivo», perché impari un sacco di cose. Ma non è facile. Anche senza dirti nulla, Boschini ti mette un po’ in soggezione. Guai se, uscendo da una stanza, ti dimentichi di spegnere la luce. Se proponi di prendere l’auto per un tragitto che si può tranquillamente percorrere a piedi. Se poi ti capita di andarci a pranzo insieme, guardati dal lasciare qualcosa nel piatto, o di spezzare un panino senza finirlo.
Marco Boschini è il coordinatore nazionale dell’Associazione dei Comuni Virtuosi, una specie di mondo parallelo che ha deciso di combattere i guasti dell’era contemporanea – dall’inquinamento alla crisi economica – reintroducendo nella vita quotidiana pubblica e privata l’uso di quella vecchia e sana virtù dei nostri nonni: la parsimonia. Trentasei anni, educatore in un doposcuola, Boschini è assessore a urbanistica, ambiente e patrimonio del suo paese, Colorno, novemila abitanti.
La sfida dei più piccoli
Nel maggio del 2005 è stato uno dei fondatori di questa associazione di comuni virtuosi: «All’inizio eravamo in quattro – racconta –: noi, Vezzano Ligure (La Spezia), Monsano (Ancona), Melpignano (Lecce). Lo stimolo è stata la convinzione che il modello di sviluppo di oggi, oltre a provocare disastri a livello planetario, ha ripercussioni sulla vita delle piccole comunità locali». E così è partita la sfida: vivere non proprio come gli Amish, ma insomma.
Oggi l’associazione raggruppa 48 Comuni in tutte le regioni italiane. L’idea rivoluzionaria è di cambiare il mondo partendo dalle piccole azioni quotidiane. Un’utopia? «Potranno anche ridere di noi - dice Boschini - ma la storia spesso è stata cambiata da piccoli gesti di persone semplici. Le faccio un esempio che dimostra che la nostra battaglia non è affatto vana. Noi abbiamo cominciato da anni a dire a tutti: quando fate la spesa, siete sicuri di avere bisogno di prendere i sacchetti di plastica del supermercato? E se invece facessimo come si faceva una volta, e cioè se si portasse qualche sacchetto di tela da casa? Bene: ci davano dei talebani, ma adesso il governo ha finalmente messo al bando le borse di plastica. Lei ha un’idea di quante borse di plastica usiamo ogni anno in Italia?».
E’ in queste cose che Boschini ti stende: sui numeri, sui fatti. Perché non solo nessuno di noi sa quante borse di plastica vengono usate (e poi buttate, a inquinare l’ambiente) ogni anno in Italia: ma nemmeno se lo potrebbe immaginare.
Un mare di plastica
«Ventiquattro miliardi!», si auto-risponde Boschini con l’aria di chi sa di stupire. «Sì, ven-tiquat-tro-mi-liar-di! Ha presente il danno per l’ecosistema? Ecco, questo è un esempio di rivoluzione partita dal basso e arrivata in alto». Portarsi da casa una borsa di tela da riutilizzare migliaia di volte: è solo una questione di abitudine. «A Capannori, cinquantamila abitanti, il nostro Comune più grande, in provincia di Lucca, un anno e mezzo fa hanno inaugurato il negozio Effecorta. Sa che cosa fanno in quel negozio? Vendono solo prodotti senza imballaggio. Alimentari, detergenti, cosmetici eccetera. Tutto sfuso, offerto in una lunga fila di contenitori in vetro. Uno va là con una scatola, si prende la pasta e i biscotti e se ne va a casa. Chi compra in quel negozio non produce rifiuti, capisce? Adesso molti stanno seguendo l’esempio».
E l’ultimo spenga la luce
E’ solo questione, appunto, di abitudini. Come spegnere la luce quando non serve: «A Laveno Mombello, sul lago Maggiore, in un istituto tecnico un professore ha lanciato il progetto “I guardiani della luce”. A turno, ogni mese uno studente è responsabile del controllo degli sprechi. Se vede che c’è il sole, apre la tenda e preme l’interruttore. Così in aula, in palestra eccetera. Sa quanto hanno risparmiato sulla bolletta, senza modificare gli impianti? Il cinquantacinque per cento».
Il risparmio al camposanto
Si risparmia sui vivi e sui morti: «A pochi viene in mente quanto si spreca, ad esempio, per le luci votive dei cimiteri. Sono quasi tutte lampadine tradizionali. Noi a Colorno le abbiamo sostituite con quelle a led, spesso alimentate con l’energia solare, e risparmiamo il 90 per cento. E l’acqua minerale? In quasi tutte le mense scolastiche dei nostri Comuni l’abbiamo rimpiazzata con quella “del sindaco”, che poi è quella del rubinetto».
Acqua eccellente e controllata - garantisce l’assessore -, «che solo al nostro piccolo Comune permette di evitare l’acquisto di 200 mila bottigliette di plastica l’anno. Bottigliette che prima vengono trasportate da camion che inquinano, e poi finiscono nella spazzatura. Ecco, pensate a operazioni del genere a Milano e Napoli... pensate se così facessero tutti... provate a moltiplicare risparmi e benefici». Ma possibile che non ci abbia pensato nessuno, nei grandi Comuni? «Molti non lo sanno. E se qualcuno glielo dice, non cambiano per pigrizia».
L’obiettivo
Come tutti i rivoluzionari, anche Boschini ha un obiettivo che pare folle: «Vogliamo arrivare a produrre zero rifiuti». Zero rifiuti? Viene il dubbio che sia il caso di chiamare un’ambulanza. «Mi rendo conto che sembra impossibile – spiega – ma per esempio a Colorno abbiamo introdotto la raccolta differenziata porta a porta. Non ci sono più i cassonetti in giro, solo le campane per il vetro. Ogni famiglia ha almeno quattro bidoncini: per la carta, la plastica, l’organico e l’indifferenziata. Così si ricicla quasi tutto. I risparmi? Il cittadino è portato a non comperare ciò che ha sperimentato essere inutile, e paga anche meno tasse per i rifiuti. Il Comune risparmia sull’inceneritore e crea posti di lavoro per la raccolta porta a porta. Guardi: la principale obiezione che ci fanno è che un mondo che consuma meno ha anche meno posti di lavoro. Ma noi abbiamo calcolato che se tutti i Comuni facessero la raccolta differenziata porta a porta, si creerebbero trecentomila posti di lavoro. Lei dice: rifiuti zero è impossibile. Ma nel nostro Comune di Ponte nelle Alpi, nel Bellunese, la raccolta differenziata è già arrivata al 90 per cento. La media nazionale di produzione annua di rifiuti pro capite è 600-650 chili. In molti nostri Comuni, siamo sotto i 40 chili».
L’addio al Pd
Marco Boschini era del Pd: era perché se n’è andato poco fa. «Le nostre iniziative – dice – vengono boicottate da tutti i partiti, anche a sinistra». Non sarà che siete dei rompiballe? «Lo siamo sicuramente per una classe dirigente che è inadeguata, impreparata culturalmente per capire la portata della sfida. Pensi che Camigliano, in provincia di Caserta, è stato commissariato perché troppo virtuoso». Possibile? «E’ così. Aveva ridotto i rifiuti del 70 per cento, e non aveva bisogno di aderire al consorzio provinciale come la nuova legge prevede. Così hanno commissariato solo l’unico Comune che non aveva monnezza in giro. Siamo noi i pazzi, o qualcun altro?».
inviato a Colorno (Pama)
Passare una mezza giornata con Marco Boschini è, come diceva Guareschi che era di queste parti, «bello e istruttivo», perché impari un sacco di cose. Ma non è facile. Anche senza dirti nulla, Boschini ti mette un po’ in soggezione. Guai se, uscendo da una stanza, ti dimentichi di spegnere la luce. Se proponi di prendere l’auto per un tragitto che si può tranquillamente percorrere a piedi. Se poi ti capita di andarci a pranzo insieme, guardati dal lasciare qualcosa nel piatto, o di spezzare un panino senza finirlo.
Marco Boschini è il coordinatore nazionale dell’Associazione dei Comuni Virtuosi, una specie di mondo parallelo che ha deciso di combattere i guasti dell’era contemporanea – dall’inquinamento alla crisi economica – reintroducendo nella vita quotidiana pubblica e privata l’uso di quella vecchia e sana virtù dei nostri nonni: la parsimonia. Trentasei anni, educatore in un doposcuola, Boschini è assessore a urbanistica, ambiente e patrimonio del suo paese, Colorno, novemila abitanti.
La sfida dei più piccoli
Nel maggio del 2005 è stato uno dei fondatori di questa associazione di comuni virtuosi: «All’inizio eravamo in quattro – racconta –: noi, Vezzano Ligure (La Spezia), Monsano (Ancona), Melpignano (Lecce). Lo stimolo è stata la convinzione che il modello di sviluppo di oggi, oltre a provocare disastri a livello planetario, ha ripercussioni sulla vita delle piccole comunità locali». E così è partita la sfida: vivere non proprio come gli Amish, ma insomma.
Oggi l’associazione raggruppa 48 Comuni in tutte le regioni italiane. L’idea rivoluzionaria è di cambiare il mondo partendo dalle piccole azioni quotidiane. Un’utopia? «Potranno anche ridere di noi - dice Boschini - ma la storia spesso è stata cambiata da piccoli gesti di persone semplici. Le faccio un esempio che dimostra che la nostra battaglia non è affatto vana. Noi abbiamo cominciato da anni a dire a tutti: quando fate la spesa, siete sicuri di avere bisogno di prendere i sacchetti di plastica del supermercato? E se invece facessimo come si faceva una volta, e cioè se si portasse qualche sacchetto di tela da casa? Bene: ci davano dei talebani, ma adesso il governo ha finalmente messo al bando le borse di plastica. Lei ha un’idea di quante borse di plastica usiamo ogni anno in Italia?».
E’ in queste cose che Boschini ti stende: sui numeri, sui fatti. Perché non solo nessuno di noi sa quante borse di plastica vengono usate (e poi buttate, a inquinare l’ambiente) ogni anno in Italia: ma nemmeno se lo potrebbe immaginare.
Un mare di plastica
«Ventiquattro miliardi!», si auto-risponde Boschini con l’aria di chi sa di stupire. «Sì, ven-tiquat-tro-mi-liar-di! Ha presente il danno per l’ecosistema? Ecco, questo è un esempio di rivoluzione partita dal basso e arrivata in alto». Portarsi da casa una borsa di tela da riutilizzare migliaia di volte: è solo una questione di abitudine. «A Capannori, cinquantamila abitanti, il nostro Comune più grande, in provincia di Lucca, un anno e mezzo fa hanno inaugurato il negozio Effecorta. Sa che cosa fanno in quel negozio? Vendono solo prodotti senza imballaggio. Alimentari, detergenti, cosmetici eccetera. Tutto sfuso, offerto in una lunga fila di contenitori in vetro. Uno va là con una scatola, si prende la pasta e i biscotti e se ne va a casa. Chi compra in quel negozio non produce rifiuti, capisce? Adesso molti stanno seguendo l’esempio».
E l’ultimo spenga la luce
E’ solo questione, appunto, di abitudini. Come spegnere la luce quando non serve: «A Laveno Mombello, sul lago Maggiore, in un istituto tecnico un professore ha lanciato il progetto “I guardiani della luce”. A turno, ogni mese uno studente è responsabile del controllo degli sprechi. Se vede che c’è il sole, apre la tenda e preme l’interruttore. Così in aula, in palestra eccetera. Sa quanto hanno risparmiato sulla bolletta, senza modificare gli impianti? Il cinquantacinque per cento».
Il risparmio al camposanto
Si risparmia sui vivi e sui morti: «A pochi viene in mente quanto si spreca, ad esempio, per le luci votive dei cimiteri. Sono quasi tutte lampadine tradizionali. Noi a Colorno le abbiamo sostituite con quelle a led, spesso alimentate con l’energia solare, e risparmiamo il 90 per cento. E l’acqua minerale? In quasi tutte le mense scolastiche dei nostri Comuni l’abbiamo rimpiazzata con quella “del sindaco”, che poi è quella del rubinetto».
Acqua eccellente e controllata - garantisce l’assessore -, «che solo al nostro piccolo Comune permette di evitare l’acquisto di 200 mila bottigliette di plastica l’anno. Bottigliette che prima vengono trasportate da camion che inquinano, e poi finiscono nella spazzatura. Ecco, pensate a operazioni del genere a Milano e Napoli... pensate se così facessero tutti... provate a moltiplicare risparmi e benefici». Ma possibile che non ci abbia pensato nessuno, nei grandi Comuni? «Molti non lo sanno. E se qualcuno glielo dice, non cambiano per pigrizia».
L’obiettivo
Come tutti i rivoluzionari, anche Boschini ha un obiettivo che pare folle: «Vogliamo arrivare a produrre zero rifiuti». Zero rifiuti? Viene il dubbio che sia il caso di chiamare un’ambulanza. «Mi rendo conto che sembra impossibile – spiega – ma per esempio a Colorno abbiamo introdotto la raccolta differenziata porta a porta. Non ci sono più i cassonetti in giro, solo le campane per il vetro. Ogni famiglia ha almeno quattro bidoncini: per la carta, la plastica, l’organico e l’indifferenziata. Così si ricicla quasi tutto. I risparmi? Il cittadino è portato a non comperare ciò che ha sperimentato essere inutile, e paga anche meno tasse per i rifiuti. Il Comune risparmia sull’inceneritore e crea posti di lavoro per la raccolta porta a porta. Guardi: la principale obiezione che ci fanno è che un mondo che consuma meno ha anche meno posti di lavoro. Ma noi abbiamo calcolato che se tutti i Comuni facessero la raccolta differenziata porta a porta, si creerebbero trecentomila posti di lavoro. Lei dice: rifiuti zero è impossibile. Ma nel nostro Comune di Ponte nelle Alpi, nel Bellunese, la raccolta differenziata è già arrivata al 90 per cento. La media nazionale di produzione annua di rifiuti pro capite è 600-650 chili. In molti nostri Comuni, siamo sotto i 40 chili».
L’addio al Pd
Marco Boschini era del Pd: era perché se n’è andato poco fa. «Le nostre iniziative – dice – vengono boicottate da tutti i partiti, anche a sinistra». Non sarà che siete dei rompiballe? «Lo siamo sicuramente per una classe dirigente che è inadeguata, impreparata culturalmente per capire la portata della sfida. Pensi che Camigliano, in provincia di Caserta, è stato commissariato perché troppo virtuoso». Possibile? «E’ così. Aveva ridotto i rifiuti del 70 per cento, e non aveva bisogno di aderire al consorzio provinciale come la nuova legge prevede. Così hanno commissariato solo l’unico Comune che non aveva monnezza in giro. Siamo noi i pazzi, o qualcun altro?».
Nucleare: a chi conviene?A nessuno
Il nucleare, alla fine, non conviene a nessuno. In primo luogo non porta benefici all’ambiente, né ai cittadini, né, nel lungo periodo, alle lobby industriali che lo sostengono. È questo, in poche righe, il messaggio del libro “Nucleare: a chi conviene? Le tecnologie, i rischi, i costi” (Edizioni ambiente, pp. 243, 20 euro) di Gianni Mattioli e Massimo Scalia, due docenti universitari che figurano tra i padri dell’ambientalismo scientifico in Italia. Gli autori smontano, una ad una, le argomentazioni portate dal governo italiano a supporto della rinascita nucleare, dimostrando come un investimento nell’atomo sia di questi tempi assolutamente insensato e in controtendenza rispetto agli obiettivi comunitari, che guardano invece alle vere energie alternative.La prima vittima della battaglia a favore dell’atomo, soprattutto in Italia, dicono gli autori, è la corretta informazione dell’opinione pubblica che, solo sulla base di conoscenze approfondite e scientificamente provate può veramente fare una scelta. A rendere insensato l’investimento nel nucleare sono anche una serie di altre ragioni, analizzate una per una e supportate da dati provenienti da fonti internazionali. Prima di tutto, c’è il fatto che anche «se un impegno straordinario portasse al raddoppio delle centrali nucleari (…), la riduzione delle emissioni di Co2 non supererebbe il 5%». È chiaro quindi che «non ci possiamo oggi aspettare dalla fissione nucleare la risposta alle scelte urgenti che siamo chiamati a effettuare in tema di energia e sconvolgimento climatico». A questo si aggiunge il fatto, rimarcato dagli scienziati stranieri, che il nucleare utilizza una risorsa rara (l’uranio), introvabile tra 50-80 anni e quindi «destinata a divenire sempre più costosa e oggetto di competizione internazionale, da acquisire comunque sul mercato estero». Bisogna poi considerare «i gravi rischi sanitari, non solo in condizioni incidentali, ma anche nel semplice funzionamento di routine». Studi internazionali (tra cui uno tedesco del 2003) hanno dimostrato che vivere in vicinanza di una centrale nucleare può provocare con maggiore frequenza tumori, soprattutto leucemie infantili. C’è poi il fatto che non è ancora stato risolto «il problema della chiusura in sicurezza del ciclo del combustibile»: la questione delle scorie nucleari, cioè, non ha ancora avuto una soluzione definitiva. Anche il problema dei costi di produzione di un kilowatt non è da sottovalutare. Si tratta di un dato difficile da calcolare, e comunque superiore rispetto ad altre fonti energetiche pulite e rinnovabili.
«Un paese come il nostro, che deve ripartire da zero, si troverebbe a mettere in campo ingentissime risorse, in gran parte pubbliche, per una tecnologia di irrilevante efficacia climatica, che usa una fonte in via di esaurimento a costi crescenti, disponibile, come si è visto, per poche decine di anni e con lasciti per millenni di scorie altamente radioattive», sottolineano gli autori. E proprio quelle «ingentissime risorse pubbliche» potrebbero essere destinate ad altri tipi di energie rinnovabili e pulite, anche se purtroppo in Italia, sottolineano Mattioli e Scalia, manca una strategia energetica e per la lotta al cambiamento climatico. L’auspicio finale del libro è il passaggio dall’era nucleare a quella solare: un’era senza scorie tossiche, radiazioni pericolose, incubi atomici.
Veronica Ulivieri
Nucleare: a chi conviene?A nessuno
Il nucleare, alla fine, non conviene a nessuno. In primo luogo non porta benefici all’ambiente, né ai cittadini, né, nel lungo periodo, alle lobby industriali che lo sostengono. È questo, in poche righe, il messaggio del libro “Nucleare: a chi conviene? Le tecnologie, i rischi, i costi” (Edizioni ambiente, pp. 243, 20 euro) di Gianni Mattioli e Massimo Scalia, due docenti universitari che figurano tra i padri dell’ambientalismo scientifico in Italia. Gli autori smontano, una ad una, le argomentazioni portate dal governo italiano a supporto della rinascita nucleare, dimostrando come un investimento nell’atomo sia di questi tempi assolutamente insensato e in controtendenza rispetto agli obiettivi comunitari, che guardano invece alle vere energie alternative.La prima vittima della battaglia a favore dell’atomo, soprattutto in Italia, dicono gli autori, è la corretta informazione dell’opinione pubblica che, solo sulla base di conoscenze approfondite e scientificamente provate può veramente fare una scelta. A rendere insensato l’investimento nel nucleare sono anche una serie di altre ragioni, analizzate una per una e supportate da dati provenienti da fonti internazionali. Prima di tutto, c’è il fatto che anche «se un impegno straordinario portasse al raddoppio delle centrali nucleari (…), la riduzione delle emissioni di Co2 non supererebbe il 5%». È chiaro quindi che «non ci possiamo oggi aspettare dalla fissione nucleare la risposta alle scelte urgenti che siamo chiamati a effettuare in tema di energia e sconvolgimento climatico». A questo si aggiunge il fatto, rimarcato dagli scienziati stranieri, che il nucleare utilizza una risorsa rara (l’uranio), introvabile tra 50-80 anni e quindi «destinata a divenire sempre più costosa e oggetto di competizione internazionale, da acquisire comunque sul mercato estero». Bisogna poi considerare «i gravi rischi sanitari, non solo in condizioni incidentali, ma anche nel semplice funzionamento di routine». Studi internazionali (tra cui uno tedesco del 2003) hanno dimostrato che vivere in vicinanza di una centrale nucleare può provocare con maggiore frequenza tumori, soprattutto leucemie infantili. C’è poi il fatto che non è ancora stato risolto «il problema della chiusura in sicurezza del ciclo del combustibile»: la questione delle scorie nucleari, cioè, non ha ancora avuto una soluzione definitiva. Anche il problema dei costi di produzione di un kilowatt non è da sottovalutare. Si tratta di un dato difficile da calcolare, e comunque superiore rispetto ad altre fonti energetiche pulite e rinnovabili.
«Un paese come il nostro, che deve ripartire da zero, si troverebbe a mettere in campo ingentissime risorse, in gran parte pubbliche, per una tecnologia di irrilevante efficacia climatica, che usa una fonte in via di esaurimento a costi crescenti, disponibile, come si è visto, per poche decine di anni e con lasciti per millenni di scorie altamente radioattive», sottolineano gli autori. E proprio quelle «ingentissime risorse pubbliche» potrebbero essere destinate ad altri tipi di energie rinnovabili e pulite, anche se purtroppo in Italia, sottolineano Mattioli e Scalia, manca una strategia energetica e per la lotta al cambiamento climatico. L’auspicio finale del libro è il passaggio dall’era nucleare a quella solare: un’era senza scorie tossiche, radiazioni pericolose, incubi atomici.
Veronica Ulivieri
Nucleare: a chi conviene?A nessuno
Il nucleare, alla fine, non conviene a nessuno. In primo luogo non porta benefici all’ambiente, né ai cittadini, né, nel lungo periodo, alle lobby industriali che lo sostengono. È questo, in poche righe, il messaggio del libro “Nucleare: a chi conviene? Le tecnologie, i rischi, i costi” (Edizioni ambiente, pp. 243, 20 euro) di Gianni Mattioli e Massimo Scalia, due docenti universitari che figurano tra i padri dell’ambientalismo scientifico in Italia. Gli autori smontano, una ad una, le argomentazioni portate dal governo italiano a supporto della rinascita nucleare, dimostrando come un investimento nell’atomo sia di questi tempi assolutamente insensato e in controtendenza rispetto agli obiettivi comunitari, che guardano invece alle vere energie alternative.La prima vittima della battaglia a favore dell’atomo, soprattutto in Italia, dicono gli autori, è la corretta informazione dell’opinione pubblica che, solo sulla base di conoscenze approfondite e scientificamente provate può veramente fare una scelta. A rendere insensato l’investimento nel nucleare sono anche una serie di altre ragioni, analizzate una per una e supportate da dati provenienti da fonti internazionali. Prima di tutto, c’è il fatto che anche «se un impegno straordinario portasse al raddoppio delle centrali nucleari (…), la riduzione delle emissioni di Co2 non supererebbe il 5%». È chiaro quindi che «non ci possiamo oggi aspettare dalla fissione nucleare la risposta alle scelte urgenti che siamo chiamati a effettuare in tema di energia e sconvolgimento climatico». A questo si aggiunge il fatto, rimarcato dagli scienziati stranieri, che il nucleare utilizza una risorsa rara (l’uranio), introvabile tra 50-80 anni e quindi «destinata a divenire sempre più costosa e oggetto di competizione internazionale, da acquisire comunque sul mercato estero». Bisogna poi considerare «i gravi rischi sanitari, non solo in condizioni incidentali, ma anche nel semplice funzionamento di routine». Studi internazionali (tra cui uno tedesco del 2003) hanno dimostrato che vivere in vicinanza di una centrale nucleare può provocare con maggiore frequenza tumori, soprattutto leucemie infantili. C’è poi il fatto che non è ancora stato risolto «il problema della chiusura in sicurezza del ciclo del combustibile»: la questione delle scorie nucleari, cioè, non ha ancora avuto una soluzione definitiva. Anche il problema dei costi di produzione di un kilowatt non è da sottovalutare. Si tratta di un dato difficile da calcolare, e comunque superiore rispetto ad altre fonti energetiche pulite e rinnovabili.
«Un paese come il nostro, che deve ripartire da zero, si troverebbe a mettere in campo ingentissime risorse, in gran parte pubbliche, per una tecnologia di irrilevante efficacia climatica, che usa una fonte in via di esaurimento a costi crescenti, disponibile, come si è visto, per poche decine di anni e con lasciti per millenni di scorie altamente radioattive», sottolineano gli autori. E proprio quelle «ingentissime risorse pubbliche» potrebbero essere destinate ad altri tipi di energie rinnovabili e pulite, anche se purtroppo in Italia, sottolineano Mattioli e Scalia, manca una strategia energetica e per la lotta al cambiamento climatico. L’auspicio finale del libro è il passaggio dall’era nucleare a quella solare: un’era senza scorie tossiche, radiazioni pericolose, incubi atomici.
Veronica Ulivieri
L’incantata città
da GREENEWS.info
Nel 1962, tre avventurosi camperisti si fermano nel sud della Scozia. Non vogliono semplicemente fare campeggio, ma amano la natura e sognano di vivere in completa sintonia con se stessi e con la Terra. Da quel piccolo nucleo di caravan, nasce, nel 1985, l’ecovillaggio di Findhorn, uno dei primi in Europa.
In Gran Bretagna e Irlanda, le comunità come Findhorn sono oggi circa 250, in Germania oltre cento, in Italia almeno venti. L’area più ricca di comunità ed ecovillaggi è l’America, dove si contano almeno 2000 comunità, il 90 per cento delle quali situate negli Stati Uniti.
Ma cosa sono di preciso gli eco villaggi? In poche parole, si tratta di comunità di persone che decidono di vivere insieme, in un contesto condiviso, ispirandosi a criteri di sostenibilità ecologica, spirituale, socioculturale ed economica. A volte si condividono i pasti e la vita quotidiana, in altri casi ogni famiglia abita in una casa da sola, ma partecipa attivamente alla vita della comunità. Un luogo, spiega il manifesto della Rete Italiana Villaggi Ecologici, «che unisce l’uomo con la natura, considera la terra come un valore ed il ritorno ad essa una tendenza da sostenere nella funzione dell’autosufficienza».
Il confine con altri tipi di vita in comune non è sempre chiaro e ben marcato e spesso la questione è solo linguistica. Gli abitanti di Urupia, in provincia di Brindisi, per esempio, preferiscono definirsi una comunarda, per la profonda collettivizzazione che li ha segnati fin dall’inizio. A volte, invece, la parola scelta è comunità. Come per il Popolo degli Elfi, un’insieme di famiglie che, in provincia di Pistoia, vive in piccoli agglomerati rurali e case coloniche in mezzo al bosco, spesso raggiungibili solo a piedi. Le case non sono allacciate alla rete elettrica, il riscaldamento e la cucina vanno a legna e il televisore non esiste.
Noceto (Siena) e Granara (Parma) sono, in tutto e per tutto, degli ecovillaggi. Entrambi non sono stati costruiti dal niente, come è accaduto a Findhorn, ma gli abitanti hanno recuperato vecchi poderi e borghi di pietra. Li hanno ristrutturati da soli, con le proprie forze, facendo tornare la vita in piccole frazioni di campagna che anche gli ultimi contadini avevano abbandonato. Esperanza, insegnante di spagnolo, vive a Noceto con il marito, la figlia e altre due famiglie dal 1991. Il villaggio ha un orto e molti olivi, ma nessuno degli abitanti può permettersi di vivere solo di agricoltura: «Ognuno di noi ha un lavoro fuori. Qui a Noceto, però, produciamo tutto quello che possiamo per essere il più possibile autosufficienti. Facciamo l’olio, la farina, il pane, coltiviamo l’orto», racconta soddisfatta. «Il nostro è un miracolo della vita. Eravamo persone che volevamo condividere l’esistenza, ce l’abbiamo fatta». Tutto è cominciato dividendo il pranzo e la meditazione mattutina, «perché è importante nutrire il corpo e lo spirito». Da lì, si sono sviluppati una vita in comune e un villaggio ecosostenibile, con energie rinnovabili e progetti di educazione e formazione. Per avere un aiuto nei campi e non dimenticarsi mai del mondo esterno, si ospitano ragazzi di tutto il mondo attraverso la rete Wwoof: una mano nel lavoro in campagna in cambio di vitto e alloggio.
A Granara la vita è tornata nel 1993. «Eravamo un gruppo di giovani desiderosi, penso, di metterci in gioco con le nostre idee, di vederle applicate praticamente. Ci siamo messi in cerca di un luogo dove stabilirci e alla fine abbiamo trovato questo paesino di pietra abbandonato in provincia di Parma», spiega Dario. Non una fuga dalla città, ma «un tentativo di costruire qualcosa da zero». E così è stato: gli abitanti del villaggio hanno ristrutturato da soli le case e poi hanno pensato che non bastava un paese di pietra, serviva anche la cultura. E’ così che sono nate numerose iniziative, come campi estivi di educazione ambientale e un festival di teatro a impatto zero. Grande attenzione è dedicata alle energie rinnovabili: «Stiamo lavorando a un progetto che permetterà a ogni abitazione di essere totalmente autonoma, grazie a un impianto eolico e a diversi pannelli fotovoltaici». Ma la cosa più curiosa che si fa a Granara per non sprecare proprio niente è il compostaggio a secco degli escrementi umani: «All’inizio è stato un pensiero spiazzante, ma ci ha permesso di utilizzare anche i nostri rifiuti personali come concime».
Gli ecovillaggi non sono solo comunità di persone che condividono un piatto di zuppa o un orto: in gran parte dei casi – e le storie qui raccontate ne sono l’esempio – queste comunità sono anche vivaci laboratori di idee: «Il confronto con le persone esterne ci permette di non implodere. D’altra parte da noi non c’è un unico punto di vista, ma una varietà enorme di culture e di pensieri», sottolinea Dario. Esperanza è d’accordo: «Grazie ai ragazzi del Wwoof manteniamo il contatto con l’esterno, cercando allo stesso tempo di vivere nel nostro modo. Invece di aggiungere, cerchiamo sempre di fare a meno di qualcosa». È un’altra economia, quella della «non crescita».
Veronica Ulivieri
Fonte: GREENEWS.info
Nel 1962, tre avventurosi camperisti si fermano nel sud della Scozia. Non vogliono semplicemente fare campeggio, ma amano la natura e sognano di vivere in completa sintonia con se stessi e con la Terra. Da quel piccolo nucleo di caravan, nasce, nel 1985, l’ecovillaggio di Findhorn, uno dei primi in Europa. In Gran Bretagna e Irlanda, le comunità come Findhorn sono oggi circa 250, in Germania oltre cento, in Italia almeno venti. L’area più ricca di comunità ed ecovillaggi è l’America, dove si contano almeno 2000 comunità, il 90 per cento delle quali situate negli Stati Uniti.
Ma cosa sono di preciso gli eco villaggi? In poche parole, si tratta di comunità di persone che decidono di vivere insieme, in un contesto condiviso, ispirandosi a criteri di sostenibilità ecologica, spirituale, socioculturale ed economica. A volte si condividono i pasti e la vita quotidiana, in altri casi ogni famiglia abita in una casa da sola, ma partecipa attivamente alla vita della comunità. Un luogo, spiega il manifesto della Rete Italiana Villaggi Ecologici, «che unisce l’uomo con la natura, considera la terra come un valore ed il ritorno ad essa una tendenza da sostenere nella funzione dell’autosufficienza».
Il confine con altri tipi di vita in comune non è sempre chiaro e ben marcato e spesso la questione è solo linguistica. Gli abitanti di Urupia, in provincia di Brindisi, per esempio, preferiscono definirsi una comunarda, per la profonda collettivizzazione che li ha segnati fin dall’inizio. A volte, invece, la parola scelta è comunità. Come per il Popolo degli Elfi, un’insieme di famiglie che, in provincia di Pistoia, vive in piccoli agglomerati rurali e case coloniche in mezzo al bosco, spesso raggiungibili solo a piedi. Le case non sono allacciate alla rete elettrica, il riscaldamento e la cucina vanno a legna e il televisore non esiste.
Noceto (Siena) e Granara (Parma) sono, in tutto e per tutto, degli ecovillaggi. Entrambi non sono stati costruiti dal niente, come è accaduto a Findhorn, ma gli abitanti hanno recuperato vecchi poderi e borghi di pietra. Li hanno ristrutturati da soli, con le proprie forze, facendo tornare la vita in piccole frazioni di campagna che anche gli ultimi contadini avevano abbandonato. Esperanza, insegnante di spagnolo, vive a Noceto con il marito, la figlia e altre due famiglie dal 1991. Il villaggio ha un orto e molti olivi, ma nessuno degli abitanti può permettersi di vivere solo di agricoltura: «Ognuno di noi ha un lavoro fuori. Qui a Noceto, però, produciamo tutto quello che possiamo per essere il più possibile autosufficienti. Facciamo l’olio, la farina, il pane, coltiviamo l’orto», racconta soddisfatta. «Il nostro è un miracolo della vita. Eravamo persone che volevamo condividere l’esistenza, ce l’abbiamo fatta». Tutto è cominciato dividendo il pranzo e la meditazione mattutina, «perché è importante nutrire il corpo e lo spirito». Da lì, si sono sviluppati una vita in comune e un villaggio ecosostenibile, con energie rinnovabili e progetti di educazione e formazione. Per avere un aiuto nei campi e non dimenticarsi mai del mondo esterno, si ospitano ragazzi di tutto il mondo attraverso la rete Wwoof: una mano nel lavoro in campagna in cambio di vitto e alloggio.
A Granara la vita è tornata nel 1993. «Eravamo un gruppo di giovani desiderosi, penso, di metterci in gioco con le nostre idee, di vederle applicate praticamente. Ci siamo messi in cerca di un luogo dove stabilirci e alla fine abbiamo trovato questo paesino di pietra abbandonato in provincia di Parma», spiega Dario. Non una fuga dalla città, ma «un tentativo di costruire qualcosa da zero». E così è stato: gli abitanti del villaggio hanno ristrutturato da soli le case e poi hanno pensato che non bastava un paese di pietra, serviva anche la cultura. E’ così che sono nate numerose iniziative, come campi estivi di educazione ambientale e un festival di teatro a impatto zero. Grande attenzione è dedicata alle energie rinnovabili: «Stiamo lavorando a un progetto che permetterà a ogni abitazione di essere totalmente autonoma, grazie a un impianto eolico e a diversi pannelli fotovoltaici». Ma la cosa più curiosa che si fa a Granara per non sprecare proprio niente è il compostaggio a secco degli escrementi umani: «All’inizio è stato un pensiero spiazzante, ma ci ha permesso di utilizzare anche i nostri rifiuti personali come concime».
Gli ecovillaggi non sono solo comunità di persone che condividono un piatto di zuppa o un orto: in gran parte dei casi – e le storie qui raccontate ne sono l’esempio – queste comunità sono anche vivaci laboratori di idee: «Il confronto con le persone esterne ci permette di non implodere. D’altra parte da noi non c’è un unico punto di vista, ma una varietà enorme di culture e di pensieri», sottolinea Dario. Esperanza è d’accordo: «Grazie ai ragazzi del Wwoof manteniamo il contatto con l’esterno, cercando allo stesso tempo di vivere nel nostro modo. Invece di aggiungere, cerchiamo sempre di fare a meno di qualcosa». È un’altra economia, quella della «non crescita».
Veronica Ulivieri
Fonte: GREENEWS.info
L’incantata città
da GREENEWS.info
Nel 1962, tre avventurosi camperisti si fermano nel sud della Scozia. Non vogliono semplicemente fare campeggio, ma amano la natura e sognano di vivere in completa sintonia con se stessi e con la Terra. Da quel piccolo nucleo di caravan, nasce, nel 1985, l’ecovillaggio di Findhorn, uno dei primi in Europa.
In Gran Bretagna e Irlanda, le comunità come Findhorn sono oggi circa 250, in Germania oltre cento, in Italia almeno venti. L’area più ricca di comunità ed ecovillaggi è l’America, dove si contano almeno 2000 comunità, il 90 per cento delle quali situate negli Stati Uniti.
Ma cosa sono di preciso gli eco villaggi? In poche parole, si tratta di comunità di persone che decidono di vivere insieme, in un contesto condiviso, ispirandosi a criteri di sostenibilità ecologica, spirituale, socioculturale ed economica. A volte si condividono i pasti e la vita quotidiana, in altri casi ogni famiglia abita in una casa da sola, ma partecipa attivamente alla vita della comunità. Un luogo, spiega il manifesto della Rete Italiana Villaggi Ecologici, «che unisce l’uomo con la natura, considera la terra come un valore ed il ritorno ad essa una tendenza da sostenere nella funzione dell’autosufficienza».
Il confine con altri tipi di vita in comune non è sempre chiaro e ben marcato e spesso la questione è solo linguistica. Gli abitanti di Urupia, in provincia di Brindisi, per esempio, preferiscono definirsi una comunarda, per la profonda collettivizzazione che li ha segnati fin dall’inizio. A volte, invece, la parola scelta è comunità. Come per il Popolo degli Elfi, un’insieme di famiglie che, in provincia di Pistoia, vive in piccoli agglomerati rurali e case coloniche in mezzo al bosco, spesso raggiungibili solo a piedi. Le case non sono allacciate alla rete elettrica, il riscaldamento e la cucina vanno a legna e il televisore non esiste.
Noceto (Siena) e Granara (Parma) sono, in tutto e per tutto, degli ecovillaggi. Entrambi non sono stati costruiti dal niente, come è accaduto a Findhorn, ma gli abitanti hanno recuperato vecchi poderi e borghi di pietra. Li hanno ristrutturati da soli, con le proprie forze, facendo tornare la vita in piccole frazioni di campagna che anche gli ultimi contadini avevano abbandonato. Esperanza, insegnante di spagnolo, vive a Noceto con il marito, la figlia e altre due famiglie dal 1991. Il villaggio ha un orto e molti olivi, ma nessuno degli abitanti può permettersi di vivere solo di agricoltura: «Ognuno di noi ha un lavoro fuori. Qui a Noceto, però, produciamo tutto quello che possiamo per essere il più possibile autosufficienti. Facciamo l’olio, la farina, il pane, coltiviamo l’orto», racconta soddisfatta. «Il nostro è un miracolo della vita. Eravamo persone che volevamo condividere l’esistenza, ce l’abbiamo fatta». Tutto è cominciato dividendo il pranzo e la meditazione mattutina, «perché è importante nutrire il corpo e lo spirito». Da lì, si sono sviluppati una vita in comune e un villaggio ecosostenibile, con energie rinnovabili e progetti di educazione e formazione. Per avere un aiuto nei campi e non dimenticarsi mai del mondo esterno, si ospitano ragazzi di tutto il mondo attraverso la rete Wwoof: una mano nel lavoro in campagna in cambio di vitto e alloggio.
A Granara la vita è tornata nel 1993. «Eravamo un gruppo di giovani desiderosi, penso, di metterci in gioco con le nostre idee, di vederle applicate praticamente. Ci siamo messi in cerca di un luogo dove stabilirci e alla fine abbiamo trovato questo paesino di pietra abbandonato in provincia di Parma», spiega Dario. Non una fuga dalla città, ma «un tentativo di costruire qualcosa da zero». E così è stato: gli abitanti del villaggio hanno ristrutturato da soli le case e poi hanno pensato che non bastava un paese di pietra, serviva anche la cultura. E’ così che sono nate numerose iniziative, come campi estivi di educazione ambientale e un festival di teatro a impatto zero. Grande attenzione è dedicata alle energie rinnovabili: «Stiamo lavorando a un progetto che permetterà a ogni abitazione di essere totalmente autonoma, grazie a un impianto eolico e a diversi pannelli fotovoltaici». Ma la cosa più curiosa che si fa a Granara per non sprecare proprio niente è il compostaggio a secco degli escrementi umani: «All’inizio è stato un pensiero spiazzante, ma ci ha permesso di utilizzare anche i nostri rifiuti personali come concime».
Gli ecovillaggi non sono solo comunità di persone che condividono un piatto di zuppa o un orto: in gran parte dei casi – e le storie qui raccontate ne sono l’esempio – queste comunità sono anche vivaci laboratori di idee: «Il confronto con le persone esterne ci permette di non implodere. D’altra parte da noi non c’è un unico punto di vista, ma una varietà enorme di culture e di pensieri», sottolinea Dario. Esperanza è d’accordo: «Grazie ai ragazzi del Wwoof manteniamo il contatto con l’esterno, cercando allo stesso tempo di vivere nel nostro modo. Invece di aggiungere, cerchiamo sempre di fare a meno di qualcosa». È un’altra economia, quella della «non crescita».
Veronica Ulivieri
Fonte: GREENEWS.info
Nel 1962, tre avventurosi camperisti si fermano nel sud della Scozia. Non vogliono semplicemente fare campeggio, ma amano la natura e sognano di vivere in completa sintonia con se stessi e con la Terra. Da quel piccolo nucleo di caravan, nasce, nel 1985, l’ecovillaggio di Findhorn, uno dei primi in Europa. In Gran Bretagna e Irlanda, le comunità come Findhorn sono oggi circa 250, in Germania oltre cento, in Italia almeno venti. L’area più ricca di comunità ed ecovillaggi è l’America, dove si contano almeno 2000 comunità, il 90 per cento delle quali situate negli Stati Uniti.
Ma cosa sono di preciso gli eco villaggi? In poche parole, si tratta di comunità di persone che decidono di vivere insieme, in un contesto condiviso, ispirandosi a criteri di sostenibilità ecologica, spirituale, socioculturale ed economica. A volte si condividono i pasti e la vita quotidiana, in altri casi ogni famiglia abita in una casa da sola, ma partecipa attivamente alla vita della comunità. Un luogo, spiega il manifesto della Rete Italiana Villaggi Ecologici, «che unisce l’uomo con la natura, considera la terra come un valore ed il ritorno ad essa una tendenza da sostenere nella funzione dell’autosufficienza».
Il confine con altri tipi di vita in comune non è sempre chiaro e ben marcato e spesso la questione è solo linguistica. Gli abitanti di Urupia, in provincia di Brindisi, per esempio, preferiscono definirsi una comunarda, per la profonda collettivizzazione che li ha segnati fin dall’inizio. A volte, invece, la parola scelta è comunità. Come per il Popolo degli Elfi, un’insieme di famiglie che, in provincia di Pistoia, vive in piccoli agglomerati rurali e case coloniche in mezzo al bosco, spesso raggiungibili solo a piedi. Le case non sono allacciate alla rete elettrica, il riscaldamento e la cucina vanno a legna e il televisore non esiste.
Noceto (Siena) e Granara (Parma) sono, in tutto e per tutto, degli ecovillaggi. Entrambi non sono stati costruiti dal niente, come è accaduto a Findhorn, ma gli abitanti hanno recuperato vecchi poderi e borghi di pietra. Li hanno ristrutturati da soli, con le proprie forze, facendo tornare la vita in piccole frazioni di campagna che anche gli ultimi contadini avevano abbandonato. Esperanza, insegnante di spagnolo, vive a Noceto con il marito, la figlia e altre due famiglie dal 1991. Il villaggio ha un orto e molti olivi, ma nessuno degli abitanti può permettersi di vivere solo di agricoltura: «Ognuno di noi ha un lavoro fuori. Qui a Noceto, però, produciamo tutto quello che possiamo per essere il più possibile autosufficienti. Facciamo l’olio, la farina, il pane, coltiviamo l’orto», racconta soddisfatta. «Il nostro è un miracolo della vita. Eravamo persone che volevamo condividere l’esistenza, ce l’abbiamo fatta». Tutto è cominciato dividendo il pranzo e la meditazione mattutina, «perché è importante nutrire il corpo e lo spirito». Da lì, si sono sviluppati una vita in comune e un villaggio ecosostenibile, con energie rinnovabili e progetti di educazione e formazione. Per avere un aiuto nei campi e non dimenticarsi mai del mondo esterno, si ospitano ragazzi di tutto il mondo attraverso la rete Wwoof: una mano nel lavoro in campagna in cambio di vitto e alloggio.
A Granara la vita è tornata nel 1993. «Eravamo un gruppo di giovani desiderosi, penso, di metterci in gioco con le nostre idee, di vederle applicate praticamente. Ci siamo messi in cerca di un luogo dove stabilirci e alla fine abbiamo trovato questo paesino di pietra abbandonato in provincia di Parma», spiega Dario. Non una fuga dalla città, ma «un tentativo di costruire qualcosa da zero». E così è stato: gli abitanti del villaggio hanno ristrutturato da soli le case e poi hanno pensato che non bastava un paese di pietra, serviva anche la cultura. E’ così che sono nate numerose iniziative, come campi estivi di educazione ambientale e un festival di teatro a impatto zero. Grande attenzione è dedicata alle energie rinnovabili: «Stiamo lavorando a un progetto che permetterà a ogni abitazione di essere totalmente autonoma, grazie a un impianto eolico e a diversi pannelli fotovoltaici». Ma la cosa più curiosa che si fa a Granara per non sprecare proprio niente è il compostaggio a secco degli escrementi umani: «All’inizio è stato un pensiero spiazzante, ma ci ha permesso di utilizzare anche i nostri rifiuti personali come concime».
Gli ecovillaggi non sono solo comunità di persone che condividono un piatto di zuppa o un orto: in gran parte dei casi – e le storie qui raccontate ne sono l’esempio – queste comunità sono anche vivaci laboratori di idee: «Il confronto con le persone esterne ci permette di non implodere. D’altra parte da noi non c’è un unico punto di vista, ma una varietà enorme di culture e di pensieri», sottolinea Dario. Esperanza è d’accordo: «Grazie ai ragazzi del Wwoof manteniamo il contatto con l’esterno, cercando allo stesso tempo di vivere nel nostro modo. Invece di aggiungere, cerchiamo sempre di fare a meno di qualcosa». È un’altra economia, quella della «non crescita».
Veronica Ulivieri
Fonte: GREENEWS.info
L’incantata città
da GREENEWS.info
Nel 1962, tre avventurosi camperisti si fermano nel sud della Scozia. Non vogliono semplicemente fare campeggio, ma amano la natura e sognano di vivere in completa sintonia con se stessi e con la Terra. Da quel piccolo nucleo di caravan, nasce, nel 1985, l’ecovillaggio di Findhorn, uno dei primi in Europa.
In Gran Bretagna e Irlanda, le comunità come Findhorn sono oggi circa 250, in Germania oltre cento, in Italia almeno venti. L’area più ricca di comunità ed ecovillaggi è l’America, dove si contano almeno 2000 comunità, il 90 per cento delle quali situate negli Stati Uniti.
Ma cosa sono di preciso gli eco villaggi? In poche parole, si tratta di comunità di persone che decidono di vivere insieme, in un contesto condiviso, ispirandosi a criteri di sostenibilità ecologica, spirituale, socioculturale ed economica. A volte si condividono i pasti e la vita quotidiana, in altri casi ogni famiglia abita in una casa da sola, ma partecipa attivamente alla vita della comunità. Un luogo, spiega il manifesto della Rete Italiana Villaggi Ecologici, «che unisce l’uomo con la natura, considera la terra come un valore ed il ritorno ad essa una tendenza da sostenere nella funzione dell’autosufficienza».
Il confine con altri tipi di vita in comune non è sempre chiaro e ben marcato e spesso la questione è solo linguistica. Gli abitanti di Urupia, in provincia di Brindisi, per esempio, preferiscono definirsi una comunarda, per la profonda collettivizzazione che li ha segnati fin dall’inizio. A volte, invece, la parola scelta è comunità. Come per il Popolo degli Elfi, un’insieme di famiglie che, in provincia di Pistoia, vive in piccoli agglomerati rurali e case coloniche in mezzo al bosco, spesso raggiungibili solo a piedi. Le case non sono allacciate alla rete elettrica, il riscaldamento e la cucina vanno a legna e il televisore non esiste.
Noceto (Siena) e Granara (Parma) sono, in tutto e per tutto, degli ecovillaggi. Entrambi non sono stati costruiti dal niente, come è accaduto a Findhorn, ma gli abitanti hanno recuperato vecchi poderi e borghi di pietra. Li hanno ristrutturati da soli, con le proprie forze, facendo tornare la vita in piccole frazioni di campagna che anche gli ultimi contadini avevano abbandonato. Esperanza, insegnante di spagnolo, vive a Noceto con il marito, la figlia e altre due famiglie dal 1991. Il villaggio ha un orto e molti olivi, ma nessuno degli abitanti può permettersi di vivere solo di agricoltura: «Ognuno di noi ha un lavoro fuori. Qui a Noceto, però, produciamo tutto quello che possiamo per essere il più possibile autosufficienti. Facciamo l’olio, la farina, il pane, coltiviamo l’orto», racconta soddisfatta. «Il nostro è un miracolo della vita. Eravamo persone che volevamo condividere l’esistenza, ce l’abbiamo fatta». Tutto è cominciato dividendo il pranzo e la meditazione mattutina, «perché è importante nutrire il corpo e lo spirito». Da lì, si sono sviluppati una vita in comune e un villaggio ecosostenibile, con energie rinnovabili e progetti di educazione e formazione. Per avere un aiuto nei campi e non dimenticarsi mai del mondo esterno, si ospitano ragazzi di tutto il mondo attraverso la rete Wwoof: una mano nel lavoro in campagna in cambio di vitto e alloggio.
A Granara la vita è tornata nel 1993. «Eravamo un gruppo di giovani desiderosi, penso, di metterci in gioco con le nostre idee, di vederle applicate praticamente. Ci siamo messi in cerca di un luogo dove stabilirci e alla fine abbiamo trovato questo paesino di pietra abbandonato in provincia di Parma», spiega Dario. Non una fuga dalla città, ma «un tentativo di costruire qualcosa da zero». E così è stato: gli abitanti del villaggio hanno ristrutturato da soli le case e poi hanno pensato che non bastava un paese di pietra, serviva anche la cultura. E’ così che sono nate numerose iniziative, come campi estivi di educazione ambientale e un festival di teatro a impatto zero. Grande attenzione è dedicata alle energie rinnovabili: «Stiamo lavorando a un progetto che permetterà a ogni abitazione di essere totalmente autonoma, grazie a un impianto eolico e a diversi pannelli fotovoltaici». Ma la cosa più curiosa che si fa a Granara per non sprecare proprio niente è il compostaggio a secco degli escrementi umani: «All’inizio è stato un pensiero spiazzante, ma ci ha permesso di utilizzare anche i nostri rifiuti personali come concime».
Gli ecovillaggi non sono solo comunità di persone che condividono un piatto di zuppa o un orto: in gran parte dei casi – e le storie qui raccontate ne sono l’esempio – queste comunità sono anche vivaci laboratori di idee: «Il confronto con le persone esterne ci permette di non implodere. D’altra parte da noi non c’è un unico punto di vista, ma una varietà enorme di culture e di pensieri», sottolinea Dario. Esperanza è d’accordo: «Grazie ai ragazzi del Wwoof manteniamo il contatto con l’esterno, cercando allo stesso tempo di vivere nel nostro modo. Invece di aggiungere, cerchiamo sempre di fare a meno di qualcosa». È un’altra economia, quella della «non crescita».
Veronica Ulivieri
Fonte: GREENEWS.info
Nel 1962, tre avventurosi camperisti si fermano nel sud della Scozia. Non vogliono semplicemente fare campeggio, ma amano la natura e sognano di vivere in completa sintonia con se stessi e con la Terra. Da quel piccolo nucleo di caravan, nasce, nel 1985, l’ecovillaggio di Findhorn, uno dei primi in Europa. In Gran Bretagna e Irlanda, le comunità come Findhorn sono oggi circa 250, in Germania oltre cento, in Italia almeno venti. L’area più ricca di comunità ed ecovillaggi è l’America, dove si contano almeno 2000 comunità, il 90 per cento delle quali situate negli Stati Uniti.
Ma cosa sono di preciso gli eco villaggi? In poche parole, si tratta di comunità di persone che decidono di vivere insieme, in un contesto condiviso, ispirandosi a criteri di sostenibilità ecologica, spirituale, socioculturale ed economica. A volte si condividono i pasti e la vita quotidiana, in altri casi ogni famiglia abita in una casa da sola, ma partecipa attivamente alla vita della comunità. Un luogo, spiega il manifesto della Rete Italiana Villaggi Ecologici, «che unisce l’uomo con la natura, considera la terra come un valore ed il ritorno ad essa una tendenza da sostenere nella funzione dell’autosufficienza».
Il confine con altri tipi di vita in comune non è sempre chiaro e ben marcato e spesso la questione è solo linguistica. Gli abitanti di Urupia, in provincia di Brindisi, per esempio, preferiscono definirsi una comunarda, per la profonda collettivizzazione che li ha segnati fin dall’inizio. A volte, invece, la parola scelta è comunità. Come per il Popolo degli Elfi, un’insieme di famiglie che, in provincia di Pistoia, vive in piccoli agglomerati rurali e case coloniche in mezzo al bosco, spesso raggiungibili solo a piedi. Le case non sono allacciate alla rete elettrica, il riscaldamento e la cucina vanno a legna e il televisore non esiste.
Noceto (Siena) e Granara (Parma) sono, in tutto e per tutto, degli ecovillaggi. Entrambi non sono stati costruiti dal niente, come è accaduto a Findhorn, ma gli abitanti hanno recuperato vecchi poderi e borghi di pietra. Li hanno ristrutturati da soli, con le proprie forze, facendo tornare la vita in piccole frazioni di campagna che anche gli ultimi contadini avevano abbandonato. Esperanza, insegnante di spagnolo, vive a Noceto con il marito, la figlia e altre due famiglie dal 1991. Il villaggio ha un orto e molti olivi, ma nessuno degli abitanti può permettersi di vivere solo di agricoltura: «Ognuno di noi ha un lavoro fuori. Qui a Noceto, però, produciamo tutto quello che possiamo per essere il più possibile autosufficienti. Facciamo l’olio, la farina, il pane, coltiviamo l’orto», racconta soddisfatta. «Il nostro è un miracolo della vita. Eravamo persone che volevamo condividere l’esistenza, ce l’abbiamo fatta». Tutto è cominciato dividendo il pranzo e la meditazione mattutina, «perché è importante nutrire il corpo e lo spirito». Da lì, si sono sviluppati una vita in comune e un villaggio ecosostenibile, con energie rinnovabili e progetti di educazione e formazione. Per avere un aiuto nei campi e non dimenticarsi mai del mondo esterno, si ospitano ragazzi di tutto il mondo attraverso la rete Wwoof: una mano nel lavoro in campagna in cambio di vitto e alloggio.
A Granara la vita è tornata nel 1993. «Eravamo un gruppo di giovani desiderosi, penso, di metterci in gioco con le nostre idee, di vederle applicate praticamente. Ci siamo messi in cerca di un luogo dove stabilirci e alla fine abbiamo trovato questo paesino di pietra abbandonato in provincia di Parma», spiega Dario. Non una fuga dalla città, ma «un tentativo di costruire qualcosa da zero». E così è stato: gli abitanti del villaggio hanno ristrutturato da soli le case e poi hanno pensato che non bastava un paese di pietra, serviva anche la cultura. E’ così che sono nate numerose iniziative, come campi estivi di educazione ambientale e un festival di teatro a impatto zero. Grande attenzione è dedicata alle energie rinnovabili: «Stiamo lavorando a un progetto che permetterà a ogni abitazione di essere totalmente autonoma, grazie a un impianto eolico e a diversi pannelli fotovoltaici». Ma la cosa più curiosa che si fa a Granara per non sprecare proprio niente è il compostaggio a secco degli escrementi umani: «All’inizio è stato un pensiero spiazzante, ma ci ha permesso di utilizzare anche i nostri rifiuti personali come concime».
Gli ecovillaggi non sono solo comunità di persone che condividono un piatto di zuppa o un orto: in gran parte dei casi – e le storie qui raccontate ne sono l’esempio – queste comunità sono anche vivaci laboratori di idee: «Il confronto con le persone esterne ci permette di non implodere. D’altra parte da noi non c’è un unico punto di vista, ma una varietà enorme di culture e di pensieri», sottolinea Dario. Esperanza è d’accordo: «Grazie ai ragazzi del Wwoof manteniamo il contatto con l’esterno, cercando allo stesso tempo di vivere nel nostro modo. Invece di aggiungere, cerchiamo sempre di fare a meno di qualcosa». È un’altra economia, quella della «non crescita».
Veronica Ulivieri
Fonte: GREENEWS.info
La fogna ATAC - ecco i nomi...
La fogna ATAC - ecco i nomi...
pubblicata da GRILLIROMANI il giorno martedì 28 dicembre 2010 alle ore 19.21

Tutti i raccomandati assunti perchè imparentati, in qualche modo, con potenti e dirigenti dell'azienda, dovrebbero essere rispediti in quel di Guidonia,Tivoli e Castel Madama da cui provengono. A quanto pare un bacino di voti al quale attingere e da tenere buono. Da Guidonia proveniva Adalberto Bertucci, si legge su "Il Fatto Quotidiano", amministratore delegato di Trambus quando furono operate "certe" assunzioni.
Da Guidonia proviene un tal Manolo Cipolla(nascita 1979), quadro nel settore "acquisti e contratti" pur avendo solo un diploma di scuola superiore che non doveva permettergli l'accesso a quel ruolo. Costui, ora, lavora nell'area di responsabilità di Angelo Cursi che, a sua volta, è parente del senatore Cesare Cursi, ex sottosegretario alla Salute, eletto in quota Pdl a Palombara Sabina e diventando assessore ai Lavori Pubblici e Trasporti.
Nel carrozzone Atac ha trovato posto anche Ugo De Angelis, marito della sorella di Cursi, che lavora in un campo estremamente delicato, quello degli acquisti, dove ha avuto modo di dilapidare la "modica" cifra di 400 milioni di euro per acquistare dei freni pagati quattro volte il loro prezzo.
Intanto l'azienda continua ad avere un buco di 120 milioni ed assume fiorai, ristoratori, tassisti con "orario fiduciario", che consente loro di non dover necessariamente stare nel luogo di lavoro durante la giornata o con "assegni ad personam", come ha denunciato la Filt Cgil Lazio. Spicca il caso di Stefania Fois, dirigente della comunicazione aziendale, che prima faceva la pittrice (www.stefaniafois.it), compagna del deputato Pdl Marco Marsilio.
In tutto, i nomi sui quali lavorano i Carabinieri sono circa 400. Gli uomini dell'Arma hanno già acquisito la documentazione delle assunzioni per chiamata diretta in Atac. Sono 850 i nomi di raccomandati che girano, tutti assunti per chiamata diretta. Tra loro anche i figli di Giancarlo Marinelli, ex caposcorta di Alemanno, recentemente dimessosi proprio per via delle polemiche sulle assunzioni dei due suoi pargoli uno in Atac, l'altra in Acea. Tra loro anche ex camerati ed ex militanti di estrema destra, oramai è noto a tutti il nome dell'ex Nar Francesco Bianco.
Alemanno segna il passo, prima si è dichiarato pronto alle dimissioni, nel caso fosse stato scoperto e provato qualcosa, ora getta - al solito, il solito gioco all'italiana - le responsabilità sul sistema, come se questo potesse essere una scusa per un simile marciume.
Intanto "Il Sole 24 Ore" ha tirato fuori una storiaccia analoga per quel che riguarda l'Acea, l'Azienda che distribuisce energia elettrica ed acqua a Roma che, secondo il segretario romano del pd, Marco Miccoli, "negli ultimi due anni avrebbe assunto a chiamata diretta 600 persone". L'Azienda, è bene ricordarlo, ha un debito, nel 2009, di 52 milioni di euro con 1.200 esuberi. Ovviamente l'Acea ha prontamente smentito l'"acquisizione" di raccomandati.
Caro - si fa per dire - sindaco Alemanno, che hai la croce celtica sotto la tua bella cravatta, sarebbe meglio che tu ti dimettessi senza aggiungere fango al fango. In tutta questa storia stai facendo una figura meschina. Finchè sei in tempo, molla l'osso e goditi il tuo sicuramente dorato "buen retiro".
iscriviti al nostro gruppo:
http://www.facebook.com/group.php?gid=138432886169254
fonte:
http://orizzonti.over-blog.it/article-la-fogna-atac-62890363.html
La fogna ATAC - ecco i nomi...
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pubblicata da GRILLIROMANI il giorno martedì 28 dicembre 2010 alle ore 19.21

Tutti i raccomandati assunti perchè imparentati, in qualche modo, con potenti e dirigenti dell'azienda, dovrebbero essere rispediti in quel di Guidonia,Tivoli e Castel Madama da cui provengono. A quanto pare un bacino di voti al quale attingere e da tenere buono. Da Guidonia proveniva Adalberto Bertucci, si legge su "Il Fatto Quotidiano", amministratore delegato di Trambus quando furono operate "certe" assunzioni.
Da Guidonia proviene un tal Manolo Cipolla(nascita 1979), quadro nel settore "acquisti e contratti" pur avendo solo un diploma di scuola superiore che non doveva permettergli l'accesso a quel ruolo. Costui, ora, lavora nell'area di responsabilità di Angelo Cursi che, a sua volta, è parente del senatore Cesare Cursi, ex sottosegretario alla Salute, eletto in quota Pdl a Palombara Sabina e diventando assessore ai Lavori Pubblici e Trasporti.
Nel carrozzone Atac ha trovato posto anche Ugo De Angelis, marito della sorella di Cursi, che lavora in un campo estremamente delicato, quello degli acquisti, dove ha avuto modo di dilapidare la "modica" cifra di 400 milioni di euro per acquistare dei freni pagati quattro volte il loro prezzo.
Intanto l'azienda continua ad avere un buco di 120 milioni ed assume fiorai, ristoratori, tassisti con "orario fiduciario", che consente loro di non dover necessariamente stare nel luogo di lavoro durante la giornata o con "assegni ad personam", come ha denunciato la Filt Cgil Lazio. Spicca il caso di Stefania Fois, dirigente della comunicazione aziendale, che prima faceva la pittrice (www.stefaniafois.it), compagna del deputato Pdl Marco Marsilio.
In tutto, i nomi sui quali lavorano i Carabinieri sono circa 400. Gli uomini dell'Arma hanno già acquisito la documentazione delle assunzioni per chiamata diretta in Atac. Sono 850 i nomi di raccomandati che girano, tutti assunti per chiamata diretta. Tra loro anche i figli di Giancarlo Marinelli, ex caposcorta di Alemanno, recentemente dimessosi proprio per via delle polemiche sulle assunzioni dei due suoi pargoli uno in Atac, l'altra in Acea. Tra loro anche ex camerati ed ex militanti di estrema destra, oramai è noto a tutti il nome dell'ex Nar Francesco Bianco.
Alemanno segna il passo, prima si è dichiarato pronto alle dimissioni, nel caso fosse stato scoperto e provato qualcosa, ora getta - al solito, il solito gioco all'italiana - le responsabilità sul sistema, come se questo potesse essere una scusa per un simile marciume.
Intanto "Il Sole 24 Ore" ha tirato fuori una storiaccia analoga per quel che riguarda l'Acea, l'Azienda che distribuisce energia elettrica ed acqua a Roma che, secondo il segretario romano del pd, Marco Miccoli, "negli ultimi due anni avrebbe assunto a chiamata diretta 600 persone". L'Azienda, è bene ricordarlo, ha un debito, nel 2009, di 52 milioni di euro con 1.200 esuberi. Ovviamente l'Acea ha prontamente smentito l'"acquisizione" di raccomandati.
Caro - si fa per dire - sindaco Alemanno, che hai la croce celtica sotto la tua bella cravatta, sarebbe meglio che tu ti dimettessi senza aggiungere fango al fango. In tutta questa storia stai facendo una figura meschina. Finchè sei in tempo, molla l'osso e goditi il tuo sicuramente dorato "buen retiro".
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pubblicata da GRILLIROMANI il giorno martedì 28 dicembre 2010 alle ore 19.21

Tutti i raccomandati assunti perchè imparentati, in qualche modo, con potenti e dirigenti dell'azienda, dovrebbero essere rispediti in quel di Guidonia,Tivoli e Castel Madama da cui provengono. A quanto pare un bacino di voti al quale attingere e da tenere buono. Da Guidonia proveniva Adalberto Bertucci, si legge su "Il Fatto Quotidiano", amministratore delegato di Trambus quando furono operate "certe" assunzioni.
Da Guidonia proviene un tal Manolo Cipolla(nascita 1979), quadro nel settore "acquisti e contratti" pur avendo solo un diploma di scuola superiore che non doveva permettergli l'accesso a quel ruolo. Costui, ora, lavora nell'area di responsabilità di Angelo Cursi che, a sua volta, è parente del senatore Cesare Cursi, ex sottosegretario alla Salute, eletto in quota Pdl a Palombara Sabina e diventando assessore ai Lavori Pubblici e Trasporti.
Nel carrozzone Atac ha trovato posto anche Ugo De Angelis, marito della sorella di Cursi, che lavora in un campo estremamente delicato, quello degli acquisti, dove ha avuto modo di dilapidare la "modica" cifra di 400 milioni di euro per acquistare dei freni pagati quattro volte il loro prezzo.
Intanto l'azienda continua ad avere un buco di 120 milioni ed assume fiorai, ristoratori, tassisti con "orario fiduciario", che consente loro di non dover necessariamente stare nel luogo di lavoro durante la giornata o con "assegni ad personam", come ha denunciato la Filt Cgil Lazio. Spicca il caso di Stefania Fois, dirigente della comunicazione aziendale, che prima faceva la pittrice (www.stefaniafois.it), compagna del deputato Pdl Marco Marsilio.
In tutto, i nomi sui quali lavorano i Carabinieri sono circa 400. Gli uomini dell'Arma hanno già acquisito la documentazione delle assunzioni per chiamata diretta in Atac. Sono 850 i nomi di raccomandati che girano, tutti assunti per chiamata diretta. Tra loro anche i figli di Giancarlo Marinelli, ex caposcorta di Alemanno, recentemente dimessosi proprio per via delle polemiche sulle assunzioni dei due suoi pargoli uno in Atac, l'altra in Acea. Tra loro anche ex camerati ed ex militanti di estrema destra, oramai è noto a tutti il nome dell'ex Nar Francesco Bianco.
Alemanno segna il passo, prima si è dichiarato pronto alle dimissioni, nel caso fosse stato scoperto e provato qualcosa, ora getta - al solito, il solito gioco all'italiana - le responsabilità sul sistema, come se questo potesse essere una scusa per un simile marciume.
Intanto "Il Sole 24 Ore" ha tirato fuori una storiaccia analoga per quel che riguarda l'Acea, l'Azienda che distribuisce energia elettrica ed acqua a Roma che, secondo il segretario romano del pd, Marco Miccoli, "negli ultimi due anni avrebbe assunto a chiamata diretta 600 persone". L'Azienda, è bene ricordarlo, ha un debito, nel 2009, di 52 milioni di euro con 1.200 esuberi. Ovviamente l'Acea ha prontamente smentito l'"acquisizione" di raccomandati.
Caro - si fa per dire - sindaco Alemanno, che hai la croce celtica sotto la tua bella cravatta, sarebbe meglio che tu ti dimettessi senza aggiungere fango al fango. In tutta questa storia stai facendo una figura meschina. Finchè sei in tempo, molla l'osso e goditi il tuo sicuramente dorato "buen retiro".
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